Torna il pesce fresco ma si restringe l’area per la marineria

29 Settembre 2015

Le barche riprendono il mare dopo il fermo biologico ma gli armatori protestano: vietate le zone più ricche

PESCARA. Il pesce fresco dell’Adriatico torna sulle tavole dei pescaresi. Dopo oltre 40 giorni di fermo biologico, con le barche rimaste attraccate alle banchina, da ieri notte i pescherecci hanno ripreso il largo. I commercianti tirano un sospiro di sollievo, in vista della ripresa delle aste al mercato ittico. Ma lo stesso non si può dire dei marinai, costretti a pagare sulla propria pelle gli effetti dell’accordo intergovernativo Italia-Croazia che ha portato a restrizioni sulle aree di pesca. Per un anno, in base a una legge contenuta nel decreto ministeriale sul fermo pesca, sarà consentito gettare le reti soltanto in una striscia di mare, compresa tra le 6 e le 22 miglia dalla linea di costa. Un fazzoletto di mare che non basta a soddisfare le esigenze di una categoria così numerosa, già stremata da problemi cronici e adesso sfinita da una nuova normativa che ha chiuso l’accesso a una delle aree più popolose dell’Adriatico, Fossa di Pomo, situata al largo di Pescara ma in acque in parte internazionali e in parte croate. «Ci sono rimaste soltanto 16 miglia di mare per pescare», sottolinea desolato Mimmo Grosso, il presidente dell’Associazione armatori, raggiunto al telefono mentre tiene il timone della sua barca, «tutte le marinerie sono concentrate in un’unica zona. Siamo costretti a litigarci il pesce tra di noi, perché purtroppo non c’è abbastanza per tutti e i croati hanno già fatto piazza pulita». Secondo una delle voci più autorevoli della categoria, gli effetti del fermo «si vedono a stento» al punto che «tra 2-3 settimane ci ritroveremo punto e da capo. Non lo so cosa succederà in futuro», ammette Grosso, «ho sentito tutti i pescatori ed è una lamentela generale, senza considerare che la metà della nostra flotta finora è rimasta a terra a causa del cattivo tempo. È difficile fare una stima, ma sicuramente da fine ottobre in poi si metterà molto male e sarà molto dura continuare a lavorare visto che non si riuscirà nemmeno ad ammortizzare il costo del carburante». I più penalizzati sono i proprietari delle imbarcazioni medio-piccole, quelli che effettuano battute di 12 ore e restano in mare aperto una sola notte. Se fino a qualche mese fa era permesso buttare le reti a una distanza di 4-5 miglia marine dalla linea di costa, adesso c’è l’obbligo di spingersi almeno fino a 6 miglia, rischiando ogni volta la vita per portare a casa la giornata. «Chi ha la barca piccola si ribella», dice Grosso, «chi ha quella grande procede avanti e indietro consumando solo carburante, ma senza riuscire a pescare granché. Abbiamo provato a raggiungere il limite delle acque interdette, senza superare il confine, ma la Capitaneria ci impone di tornare indietro. Da ottobre, inoltre, dovranno arrivare 4 o 5 navi di grosse dimensioni per iniziare le operazioni preliminari alle trivellazioni e finiranno per allontanare tutto il pesce con i loro strumenti. Dal nuovo anno ci saranno le etichettature obbligatorie e dovremo installare anche le telecamere a bordo. Avremo una serie di spese», conclude l’armatore, «ma in cambio non abbiamo ricevuto nessun aiuto. Le marinerie di tutto il medio Adriatico sono scontente e, se non dovesse cambiare nulla, non escludiamo proteste anche eclatanti».

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