Tra i colli di Penne la frana non si ferma
Servono 10 milioni, ma non ci sono neanche i soldi per la breccia
PENNE. In contrada Collalto, con vista sul lago di Penne, la strada è crollata di oltre un metro sotto le case e i residenti hanno costruito una scaletta di legno con 5 gradini per salire e scendere tra l’asfalto a pezzi. A Santa Maria Mirabello, sulla strada che prima era dritta adesso c’è una curva lontana 7 metri: più avanti, tolto un muro di fango con le ruspe, gli operai si sono accorti che la strada che porta alle case e alle aziende agricole della zona era sparita. Lungo la provinciale 81 per le frazioni di Roccafinadamo e Colle Trotta e per Farindola c’è il rischio che un pendio crolli sulla strada già devastata: dall’alto scende ancora una colata di fango e, sotto la strada, la frana continua a scivolare. Penne avrebbe bisogno di quasi 10 milioni di euro per tornare a come era prima del 5 marzo scorso, il giorno dell’ultima grande nevicata che è stata il colpo di grazia su un territorio già ferito: 150 mila euro per affrontare i lavori «urgenti» e permettere ai residenti di tornare a casa senza troppi pericoli, 3,5 milioni per riparare i danni delle frane e altri 6 milioni per consolidare il territorio che si muove. Invece, Enzo Di Simone, geometra comunale a capo del settore Manutenzioni con un passato da consigliere provinciale Ds tra il 2004 e il 2009, deve fare i conti anche con i singoli carichi di pietrisco da Bocca di Valle che costano circa 600 euro a camion. «Non abbiamo neanche i soldi per le materie prime», dice lui, uno abituato a masticare la politica ma con i denti di chi sa che deve fare i conti con cantieri e soldi. E Di Simone lo sa che questa emergenza non durerà mesi ma anni. Perché Penne è cambiata e i punti danneggiati sono centinaia: si sono spostate le colline e le strade, spaccate, hanno seguito quel movimento creando dossi, valli e curve. La città è tornata indietro nel tempo, agli anni Cinquanta quando le strade asfaltate erano un’eccezione da contare sulle dita di una mano: ora, tra le case sono tornate le mulattiere e, con le condotte distrutte, l’acqua arriva ai rubinetti solo grazie ai tubi di fortuna messi all’aperto. «Qui c’è la situazione più grave d’Abruzzo», dice l’assessore ai Lavori pubblici Gabriele Pasqualone.
Non si ferma il terreno: le strade, spinte dalle pareti che scendono, si spostano e l’asfalto si accartoccia. Come a Colle Trotta e Collalto con le strade che diventano muri. O in contrada Mallo con i rigonfiamenti da tenere sotto controllo: «Ogni giorno», rivela Di Simone, «siamo costretti a intervenire per livellare le strade alla meno peggio e renderle meno pericolose possibile. Ma non è detto che uno esca la mattina e sia certo di poter rientrare la sera». È un’impresa quasi impossibile perché Penne si porta ancora dietro i danni mai riparati dell’alluvione del 2013: a fronte di 5 milioni di danni richiesti, ne sono arrivati soltanto 67 mila. E senza interventi prima, adesso le contrade mostrano tutte le ferite aperte. Sotto l’ospedale San Massimo, la frana di quasi due anni fa è ferma e le auto di pazienti e visitatori sono parcheggiate in fila proprio lungo la scarpata.
Per capire l’entità dei danni a Penne, si può dire che si farebbe prima a contare le strade ancora intatte: «Le frane sono state democratiche e non hanno risparmato nessuno», dice Di Simone, «abbiamo danni da nord a sud e da est a ovest». Penne, 12.800 abitanti, è una città di 90 chilometri quadrati che va dai 140 metri di altezza al livello del fiume Fino ai mille metri della Cima della Rocca. E il Comune deve curare 250 chilometri di strade lineari: «Già se volessimo rifare solo il tappetino di asfalto senza altri interventi necessari, spenderemmo già quasi 30 mila euro a chilometro». Sarebbero già 7,5 milioni di euro. Ma non è solo l’asfalto il problema: i terreni continuano ancora a scivolare a distanza di un mese dalla nevicata e aggiustare le strade sarebbe soltanto un palliativo.
In una città distrutta si aspettano i fondi dalla Regione e dal governo. Finora, dalla Regione, sono arrivati 40 mila euro per la messa in sicurezza di un tratto della frazione di Roccafinadamo: dopo le proteste di un residente, il presidente della Regione Luciano D’Alfonso e il sindaco Rocco D’Alfonso hanno visitato il posto colpito da uno smottamento ancora prima del 5 marzo. E i soldi sono arrivati. Ma manca ancora il sì al progetto per i lavori da parte della giunta comunale. E a Penne, nel 2016, si tornerà al voto: il tema del dissesto del territorio sarà sicuramente al centro della campagna elettorale tra promesse e lavori attesi.
Due famiglie della zona di Colleserangelo sono ancora fuori casa: le loro abitazioni sono pericolanti, altre due sono sotto osservazione. E sta cedendo anche la scarpata che sovrasta il parcheggio della Portella: un’abitazione antica, vicina al Comune, è a rischio. Sgomberata anche una stalla a Santa Maria Mirabello. Ed è proprio l’agricoltura il settore più piegato dalle frane: le imprese agricole sono quasi isolate e dove non possono arrivare più i camion, si va avanti con i trattori. Aziende agricole, allevamenti e caseifici lavorano a scartamento ridotto. In tutta l’area vestina, sono state 150 mila le piante d’ulivo danneggiate, 100 ettari di vigneti colpiti da frane e smottammenti e 50 da ristrutturare: oltre 4 milioni di euro di danni secondo le stime dell’Uta, Cia e Coldiretti.
La situazione delle contrade è quasi la stessa da tutte le parti: ad andare bene, le strade che ci sono ancora sono deformate, le altre sono spezzate e sprofondate di metri e metri. Dire quale è la contrada più colpita è impossibile: al di là del centro storico Penne appare come una città martoriata.
Anche i bambini, per andare a scuola, ne pagano le conseguenze: come nelle città colpite dai terremoti, la mattina si ritrovano in «punti di raccolta» perché gli scuolabus non possono arrivare più sotto casa.
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