Traffico di droga, Mastramico condannato a otto anni e 9 mesi

Pena di quattro anni e 8 mesi al figlio Toni (rito abbreviato come il padre); tre anni e 4 mesi a Guarnieri Le indagini portarono alla scoperta della roccaforte di Elice dove si gestivano i carichi di stupefacenti
PESCARA. Tre condanne con il rito abbreviato, un patteggiamento e cinque rinvii a giudizio. Si chiude così, davanti al gup Mariacarla Sacco, l’inchiesta denominata operazione “Godzilla” condotta dai carabinieri coordinati dal pm Andrea Di Giovanni, che nel novembre del 2023 portò a una serie di arresti per un consistente traffico di droga e non solo. Claudio Mastramico e suo figlio Antonio (detto Toni) sono i due principali imputati e anche quelli che hanno scelto la strada del rito abbreviato: il primo è stato condannato a 8 anni, 9 mesi e 10 giorni di reclusione e al pagamento di 45mila euro di multa; il secondo a 4 anni e 8 mesi e 20 mila euro di multa (per loro il pm aveva chiesto rispettivamente 12 e 11 anni di reclusione). Rito abbreviato anche per Morris Guarnieri al quale sono stati inflitti 3 anni e 4 mesi di reclusione e 18 mila euro di multa, mentre il patteggiamento riguarda Angelo Serafini: 2 anni e 2 mesi.
Tutti gli altri coimputati, e cioè Stefano De Leonibus, sua moglie Lorenza Di Matteo, Valentino Sessa, Simone Grimani e William Iachini, sono stati rinviati a giudizio con processo fissato al 28 gennaio prossimo davanti al giudice monocratico Nicola Colantonio.
I Mastramico, tenuti per lungo tempo sotto controllo dagli investigatori, conducevano una vita molto agiata con auto di lusso, villa con piscina ad Elice che era diventata una vera e propria roccaforte invalicabile, con un importante sistema di sorveglianza, viaggi e molto altro ancora: tutto questo, stando all’accusa, grazie a un proficuo traffico di droga. I carabinieri li tenevano sotto controllo dall’ottobre del 2022: pedinati, osservati, controllati in ogni modo e anche con l’ausilio di telecamere posizionate strategicamente per eludere le bonifiche che i Mastramico effettuavano periodicamente proprio per evitare qualsiasi tipo di controllo esterno (lo stesso facevano con le loro auto per scoprire eventuali cimici). Anche gli imputati avevano installato un impianto di videosorveglianza controllato a distanza per essere pronti a qualsiasi evenienza. Insomma, quella loro casa, divenuto il loro quartier generale, era un fortino inespugnabile dove i campi adiacenti, tutti incolti e ricchi di vegetazione, erano il loro magazzino di droga. Lì veniva interrata la droga prima di essere immessa nel mercato di Pescara, Chieti e Teramo.
Ma i carabinieri erano riusciti a scoprire quel nascondiglio proprio grazie alle telecamere installate in luoghi impensabili: e quando veniva interrato un quantitativo di droga, immediatamente dopo i militari lo andavano a prelevare. Così i Mastramico decisero di delocalizzare i nascondigli affidando temporaneamente la droga a persone a loro vicine. Ma anche in questo caso, gli investigatori erano sempre un passo avanti e riuscivano a intervenire, a sequestrare la droga e a far parlare i “custodi”. E così, per evitare che uno di questi custodi finito in carcere potesse fare i loro nomi, era necessario istruirlo a dovere e, naturalmente, intimorire lui e la sua famiglia.
Grazie a Sessa, che nonostante fosse detenuto veniva contattato dagli imputati con un cellulare fatto entrare in carcere, davano ordini allo stesso, facendo arrivare anche dei “pizzini” al custode della droga, con l’invito a cambiare avvocato con uno di loro fiducia e dicendogli cosa avrebbe dovuto riferire al giudice: e cioè che la droga gli era stata data da un albanese sconosciuto.
«Gli indagati», scriveva il gip Fabrizio Cingolani nella misura cautelare che fece scattare gli arresti, «denotano una personalità proclive a delinquere, come emerge dalla gravità delle modalità di richiesta del pagamento delle somme dovute, dai mezzi utilizzati per costringere i custodi della droga a non fare i nomi di alcuni degli indagati, dalla prosecuzione delle attività nonostante i sequestri, circostanze che dimostrano professionalità a delinquere, rivelando come detti indagati abbiano fatto di tali comportamenti illeciti fonti di guadagno e sostentamento».
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