Tragedia Rigopiano, così si difendono gli indagati

17 Ottobre 2019

Presentate le memorie difensive dei 22 per i quali la Procura ha chiesto l’archiviazione. Cinque le opposizioni presentate dai parenti delle vittime

PESCARA. Si conoscerà nei prossimi giorni la decisione del gip Nicola Colantonio che ieri ha concluso le udienze che riguardavano le opposizioni alle richieste di archiviazione avanzate dalla pubblica accusa (procuratore Massimiliano Serpi e sostituto Andrea Papalia), nei confronti soprattutto dei vertici politici della Regione Abruzzo (dalla giunta di Ottaviano Del Turco, a quella di Luciano D’Alfonso passando per quella di Giovanni Chiodi), inizialmente coinvolti nell’inchiesta madre sul disastro dell’hotel Rigopiano spazzato via da una valanga il 18 gennaio 2017, che provocò 29 morti. Ieri l’udienza era dedicata alla discussione dei difensori dei 22 indagati per i quali la procura ha chiesto l’archiviazione. Ma quasi tutti hanno parlato pochissimo, associandosi alla richiesta della pubblica accusa e riportandosi alle corpose memorie difensive che erano state già presentate la scorsa estate.
Cinque sono le richieste di opposizione presentate dai familiari di quattro delle vittime di Rigopiano, oltre a quella del Comune di Farindola. Quasi tutti mirano ad un unico bersaglio che è l’ex governatore Luciano D’Alfonso. E lo fanno puntando in particolare su due argomenti, che sono la mancata realizzazione della carta valanghe e la gestione dell’emergenza.
Il legale di D’Alfonso, l’avvocato Giuliano Milia, si è riportato anche lui alla memoria difensiva nella quale vengono ampiamente trattati questi due argomenti e non solo questi. «Senza considerare che i tempi lunghi per la realizzazione della Carta per tutti i 433.000 ettari di territorio abruzzese», si legge nella memoria, «avrebbero di gran lunga scavalcato il mese di gennaio 2017, certamente si tratta di un procedimento complesso». E a supporto di queste considerazioni tecniche il legale tira in ballo la Regione Veneto dove «sono stati necessari anni di lavoro e precisamente dal 1980 al 1997, coinvolgendo progressivamente i singoli Comuni nel corso dell’intero arco temporale». La memoria spiega anche tecnicamente i passaggi burocratici e soprattutto il ruolo del Direttore generale e dei dirigenti regionali. Un lavoro fatto per lotti, perché così era stato deciso proprio per valutare in corso d’opera le eventuali esigenze dei 185 Comuni interessati. «Si evidenzia che nella carta storica», è scritto nella memoria, «Rigopiano non rientrava nella zona a rischio: c’era il Gran Sasso teramano e quello aquilano, ma non quello pescarese, per cui sarebbe stato commesso un abuso da parte del presidente D’Alfonso, se avesse chiesto di far partire l’indagine dalla Majella, cioè da una zona non attenzionata». Insomma l’organo politico non poteva che intervenire su impulso del dirigente, «così come era avvenuto in occasione della redazione della carta storica adottata dalla giunta Chiodi dopo una copiosa attività messa in atto dalla struttura tecnica e portata all’attenzione dell’organo politico». Per quanto riguarda invece la gestione dell’emergenza, la difesa dell’ex governatore, chiamato in causa da tutti gli opponenti, viene trattata norma alla mano. «La fase preventiva spetta agli enti locali, ai sindaci, che sono autorità locali di protezione civile, la fase straordinaria dell’eccezionalità, quando viene accertata, spetta allo Stato». E qui viene in primo piano la Prefettura. «E’ il sindaco che deve intervenire adeguatamente e chiedere, attraverso l’intervento del Prefetto, l’intervento dello Stato». E poi la difesa, per sottolineare quanto D’Alfonso si sia mosso anche al di fuori delle proprie competenze, evidenzia come l’ex governatore «ha richiesto lui stesso l’intervento dell’esercito interloquendo direttamente con il ministro della Difesa, come si evince dalla telefonata di D’Alfonso alla ministra Pinotti del 17 gennaio alle ore 15,34 e più volte con il Capo di Stato Maggiore, D’Arrigo». Quanto alla riunione del Core (comitato per l’emergenza) «si costituisce a Pescara solo “spazialmente” separato dalla sala operativa ed erano presenti tutte le persone che conoscevano la situazione o che potevano/dovevano esserne a conoscenza. Era presente il Prefetto di Pescara che, nella stessa mattinata del 18 gennaio aveva indetto una riunione in Prefettura». Si fece a Pescara e non a L’Aquila perché il Prefetto aquilano «aveva emesso una ordinanza di sgombero e chiusura di tutti gli uffici pubblici dal 18 al 20 gennaio 2017».
Una udienza che si è conclusa in un paio di ore e che soprattutto non ha fatto registrare episodi spiacevoli, come quello accaduto in occasione dell’ultima udienza con l’aggressione ad un imputato da parte del familiare di una delle vittime, anche per la presenza di carabinieri e Digos. Adesso il gip Colantonio si prenderà qualche giorno di tempo per elaborare la sua decisione in ordine all’archiviazione delle 22 posizioni interessate. E questa mattina prima udienza preliminare per la vicenda del depistaggio che coinvolge i vertici della Prefettura.