Trent’anni all’assassino della psicologa

Massimo della pena per Giovanni Iacone, l’inquilino che 13 mesi fa uccise Monia Di Domenico per l’affitto non pagato
PESCARA. Trent’anni di reclusione, il massimo della pena per Giovanni Iacone, l’inquilino di 49 anni che l’11 gennaio del 2017 ha ucciso Monia Di Domenico, la padrona di casa che quel pomeriggio era andata a riscuotere due mesi di affitto nell’appartamento di via Monte Sirente 65, a Francavilla.
Il massimo della pena previsto dal rito abbreviato scelto da Iacone con il difensore Emanuela De Amicis e che il giudice del Tribunale di Chieti, Isabella Maria Allieri ieri gli ha inflitto sposando in pieno la richiesta del pubblico ministero Giuseppe Falasca, dopo l’esito della perizia psichiatrica richiesta proprio dalla difesa ed eseguita dallo psichiatra Maurizio Cupillari. Il massimo della pena perché, secondo lo specialista, Iacone (che non era presente in aula) era in grado di intendere e di volere quel pomeriggio di gennaio quando ha perso le staffe di fronte a quell’esile donna di 45 anni, psicologa di Villa Serena che per lavoro e attitudine era abituata a trattare e a capire i malati psichiatrici che aveva in cura. Era capace di intendere e di volere mentre per 16 volte, come ha poi svelato l’autopsia, il cuoco nato a Firenze ma di origine abruzzese, separato e con quattro figli, l’ha colpita come una furia al volto e alla testa con una grosso sasso e con un pezzo di vetro che si staccò dal tavolo andato in frantumi nel corso della lite, ed era ancora capace di intendere e di volere mentre, di fronte alla vita appena inghiottita, si è fatto quattro piani di scale nel tentativo di nascondere il cadavere nel sottotetto della mansarda. Lasciando però una scia di sangue che quello stesso pomeriggio portò i carabinieri dritti alla povera Monia. A nulla, ieri, è valsa la difesa del suo avvocato, che nell’evidenziare le pecche della perizia, ha ricordato la particolare situazione psicologica di Iacone, a causa del particolare momento personale e lavorativo vissuto in quel periodo, senza un lavoro e senza la compagna. Problemi, secondo il giudice, che in nessun modo giustificano, prima ancora della reazione che portò all’omicidio di Monia Di Domenico, il presunto stato di infermità mentale che la difesa ha tentato di avvalorare e per il quale, anche, si prepara a fare ricorso.
Intanto, però, per Iacone c’è la condanna in primo grado a 30 anni di reclusione, e a risarcire i danni ai genitori di quell’unica figlia, Doretta e Aldo Di Domenico che si sono costituiti parte civile (avvocato Giuliano Milia).
La maestra e il poliziotto in pensione originari di Corropoli avevano cresciuto Monia proprio in quella casa dove poco più di tredici mesi fa ha trovato la morte. Da lì, da via Monte Sirente, partiva Monia Di Domenico quando frequentava il liceo scientifico di via Balilla, a Pescara, prima di frequentare l’università e il corso di specializzazione a Bologna e a Cesena quando i genitori, ormai in pensione, tornarono a Corropoli. Un appartamento che Monia non aveva mai affittato, anche quando era andata ad abitare a Pescara, in via Rossini, ma che proprio l’estate prima aveva deciso di mettere a frutto. Ci aveva lavorato tanto, aveva ricomprato la lavastoviglie, l’aveva risistemata per bene quella casa e finalmente l’aveva affittata. A settembre ci era entrato Iacone che però già a dicembre aveva smesso di pagare l’affitto. E Monia, esile ma determinata, dopo due mesi di attesa era tornata a chiedergliene conto. Monia abituata a dialogare quotidianamente con i disagi mentali dei suoi ragazzi, e però impreparata, assolutamente impreparata, a quell’esplosione di rabbia e violenza. Il pensiero, quel pomeriggio, era solo di fare presto e di tornare a casa a fare le valigie. Destinazione Parigi, partenza il giorno dopo.
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