Tutto nasce con la firma di un re

23 Ottobre 2021

La Carichieti e la Fondazione risorta dopo lo choc della banca commissariata

CHIETI. Correva l’anno 1862. La storia della Carichieti parte da qui. Da una firma, quella di Vittorio Emanuele II, all'indomani della proclamazione del Regno d'Italia, sul decreto che istituisce la Cassa di Risparmio Marrucino. Ma il 5 settembre del 2014 un altro decreto, come un colpo di spugna, cancella 153 di storia.
La firma dell’atto finale è di Pier Carlo Padoan, allora ministro dell’Economia e Finanza, che, su proposta di Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, dispone la liquidazione coatta amministrativa della Cassa, per asserite gravi irregolarità nella gestione, e la banca passa nelle mani dei commissari. L’inchiesta penale che seguirà ha tempi e percorsi di un fenomeno carsico, ma nonostante ciò la Cassa, come l’Araba Fenice, il 22 novembre del 2015 risorge con il nome di Nuova Cassa di Risparmio di Chieti e con la "parte buona" della vecchia banca, proseguendo l’attività fino al 10 maggio 2017, giorno in cui si perfeziona la cessione all’Unione di Banche Italiane spa.
Sta di fatto che il 6 settembre 2017 la storia della Carichieti finisce. Ancora per poco, fino al 2 febbraio del 2018, il suo nome è Banca Teatina spa, ma da quella data diventa Ubi Banca. Il 12 aprile 2021 però avviene la fusione per incorporazione di Ubi in Intesa Sanpaolo, l’istituto che, all’inizio della nostra storia, già possedeva il 20% delle azioni di Carichieti spa. L’ultimo atto è la frammentazione delle filiali: una parte rimane a Intesa, le altre vanno a Bper e Banca Popolare di Puglia e Basilicata. Fatta questa lunga e doverosa premessa passiamo alla Fondazione che controllava la banca. Ne deteneva l’80%, a partire dal 1992 quando, con la legge Amato, nasce CariChieti spa, con un capitale sociale di 80 miliardi di lire.
Ma le due strade, quelle della banca controllata e della fondazione azionista di maggioranza, si dividono inesorabilmente dopo lo choc della liquidazione coatta e l’arrivo dei commissari di Bankitalia. Le due strade seguono direzioni opposte. Quelle della banca conduce all’inizio in Lombardia e si contrappone nettamente alla via imboccata dalla fondazione che invece porta in Campania. Nel primo caso siamo di fronte a un Risiko bancario. Per la Fondazione invece si materializza un salvataggio da corso e ricorso storico, di vichiana memoria, che ci riporta indietro di secoli, a quando Chieti era distretto del Regno delle due Sicilie. La Fondazione ex Carichieti viene assorbita dalla Fondazione Banco di Napoli, che s’insedia nello storico Palazzo de’ Mayo, su corso Marrucino. Alla presidenza c’è l’imprenditrice campana Rossella Paliotto, affiancata da un vice abruzzese, l’avvocato di Pescara, Vincenzo Di Baldassarre.
Accade sei mesi prima del lockdown. Il primo giugno del 2019, davanti al notaio Luigi Pomponio, viene formalizzata l’incorporazione. È la prima in Italia tra fondazioni bancarie. Pasquale Di Frischia, l’ultimo presidente, lascia il posto a Rossella Paliotto che, come atto simbolico, dona a Chieti le reliquie dei Santi e Beati teatini, fino ad allora conservate nell’archivio della Fondazione Banco Di Napoli. E da qui la storia riparte. (l.c.)