Uccise il vicino di casa, confermato il carcere a vita per Giancaterino

La Cassazione scrive l’ultimo capitolo sull’omicidio commesso il 13 settembre 2015 a Penne Risarcimenti alle parti civili: 170mila euro alla sorella e 200mila euro ai nipoti dell’ex maresciallo
PENNE. La Corte di Cassazione scrive l'ultimo capitolo della vicenda giudiziaria sul caso di Gabriele Giammarino, l’ex maresciallo dell’Aeronautica trovato morto il 13 settembre 2015 nella sua abitazione di Penne, confermando l'ergastolo per Mirko Giancaterino, il 40enne accusato dell'efferato omicidio. A fare ricorso ai giudici di piazza Cavour contro la sentenza della Corte d’Assise d’appello dell’Aquila, che aveva condannato l'imputato al carcere a vita confermando il verdetto emesso in primo grado, sono stati i difensori di Giancaterino, le avvocatesse Tiziana Cacciatore e Melania Navelli.
Nel rigettare il ricorso, la Suprema Corte ha, dunque, confermato la pena detentiva e anche il risarcimento del danno alle parti civili, rappresentate dall'avvocato Federico Squartecchia. In particolare, 170mila euro per la sorella della vittima, Pasqualina Giammarino, e 100mila euro ciascuno per due nipoti dell'ex maresciallo.
Da parte sua, il 40enne si è sempre professato innocente, sostenendo di non essere entrato quel giorno in casa della vittima e di non conoscerla. Secondo l'impianto accusatorio, invece, quella domenica di fine estate Giancaterino, che avrebbe agito per derubare la vittima, entrò nell'abitazione del vicino e infierì lungamente sul pensionato, colpendolo con violenti pugni e 26 coltellate (23 al volto e alla testa e tre agli arti superiori). Dopo averlo ridotto in fin di vita e precisamente «in uno stato di sopore post traumatico a livello cranio-encefalico o di vero coma», si legge nel capo di imputazione, «tanto da non essere in grado di mettere in atto alcun tentativo di fuga», mise fuoco «al materasso posizionato sopra il corpo di Giammarino». Per un periodo di tempo, Giancaterino ha lavorato in Germania come cuoco. Rientrato in Abruzzo, è stato addetto alla cucina di una pizzeria di Montesilvano. Prima del delitto dell'ex maresciallo, era invece in affidamento ai servizi sociali. Si occupava di allevare e addestrare cani, in particolare pitbull, su un'area allestita davanti alla sua abitazione, in contrada Fonte Focetola, dove Mirko abitava con la compagna e i suoi due figli.
Delle indagini si sono occupati i carabinieri della Compagnia di Penne, all'epoca guidati dal capitano Alessandro Albano, che dopo il delitto rintracciarono rapidamente e arrestarono Giancaterino, e i militari del Nucleo investigativo della Compagnia di Pescara, diretti dal maggiore Massimiliano Di Pietro.
Il 40enne dovrà scontare l'ergastolo per omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà e incendio doloso. Per conoscere le ragioni del rigetto del ricorso, bisognerà attendere il deposito delle motivazioni da parte dei giudici romani.
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