Uccise Jennifer a coltellate: pena annullata all’assassino

19 Settembre 2020

La Cassazione rinvia alla Corte d’Appello la condanna a 30 anni per Troilo 

PESCARA. C’è ancora un capitolo da scrivere sulla vicenda giudiziaria relativa all’omicidio di Jennifer Sterlecchini, 26 anni, uccisa con 17 coltellate la mattina del 2 dicembre 2016 dal suo ex fidanzato, Davide Troilo, ascensorista pescarese di 36anni.
La prima sezione penale della Cassazione ieri ha infatti annullato con rinvio, in relazione all’aggravante dei futili motivi, la sentenza di condanna a 30 anni di carcere a carico dell’omicida della giovane donna.
I giudici romani hanno annullato la sentenza rinviando il caso dinanzi alla Corte d’Appello di Perugia. ll pg Mario Pinelli aveva invece chiesto la conferma della pena.
«Sappiamo soltanto che la Cassazione», dice l’avvocato Giancarlo De Marco, difensore di Troilo, «ha annullato e che quindi ha accolto il ricorso». Secondo l’avvocato, «potrebbe essere che sia stata esclusa l’aggravante. In questo caso la Corte d’Assise di Perugia dovrà solo rideterminare la pena che, considerato il rito abbreviato, non potrà essere superiore a 16 anni. Questo è un aspetto, ma potrebbe essere anche che sia stata richiesta una nuova valutazione per vedere se l’aggravante dei futili motivi c’è o non c’è».
L’assassino di Jennifer il 24 gennaio del 2108 era stato condannato, tramite rito abbreviato, dal giudice per le udienza preliminari Nicola Colantonio, a 30 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Condanna poi confermata il 14 marzo 2019 dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila, presieduta da Armanda Servino (a latere Carla De Matteis).
Nel ricorso, la difesa ha posto all’attenzione della Suprema Corte tre questioni, ossia l’insussistenza dell'aggravante dei futili motivi, la mancata concessione delle attenuanti generiche e il mancato accoglimento della richiesta di una nuova perizia psichiatrica sulla capacità di intendere e volere di Troilo.
In particolare, l’avvocato De Marco nel ricorso ha insistito sull’insussistenza giuridica dell’aggravante dei futili motivi, sostenendo che nella sentenza il gup ha cambiato il fatto storico a fondamento dell’aggravante: nell’imputazione si contesta a Troilo di aver ucciso Jennifer per non aver sopportato la fine della loro relazione sentimentale, mentre nella sentenza il movente viene individuato nella mancata restituzione di un tablet.
La modifica del movente avrebbe pertanto comportato, sempre secondo la linea difensiva, la violazione del diritto di difesa, sancito anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’impossibilità di identificare con certezza il movente, secondo il legale di Troilo, determinerebbe l’insussistenza dell’aggravante. Ad attendere a Roma la decisione dei giudici di piazza Cavour c’erano la madre e il fratello di Jennifer, Fabiola Bacci e Jonathan Sterlecchini, assistiti dagli avvocati Rossella Gasbarri e Roberto Serino.
I familiari di Jennifer speravano nella riconferma della condanna: «Ci aspettiamo semplicemente giustizia», aveva detto Jonathan alla vigilia del processo in Cassazione, «da quando è successo è stato un lungo e lento calvario. È chiaro che per noi 30 anni sono pochi: con la nuova legge probabilmente avrebbe preso molto di più. A maggior ragione speriamo quindi che siano e rimangano 30 anni. Sia io sia madre speriamo nella giustizia e che quindi questi 30 anni vengano riconfermati».
La lunga attesa romana non si è conclusa nel modo da loro sperato, ma è stata supportata dall’immenso affetto che tantissime persone hanno dimostrato, lasciando messaggi di sostegno e amicizia su Facebook. «Siamo con te», «Vi penso», si legge sulla bacheca della mamma di Jennifer. E ancora: «Aspetto con il cuore in tumulto. Tutti noi attorno a te con amore Fabiola», «Grande Fabiola siamo con te dentro il tuo grande cuore». Un grande cuore ferito dal dolore più grande che una madre possa provare. Una madre che da quella terribile mattina autunnale vive l’ergastolo della sofferenza.
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