Ucciso ambasciatore russo «È la vendetta per la Siria»
Il rappresentante di Mosca in Turchia colpito a morte in una galleria d’arte L’assassino è un poliziotto di 22 anni, freddato poco dopo dalle teste di cuoio
ANKARA. La coda velenosa della guerra in Siria colpisce ad Ankara l’uomo di Mosca. Dopo i lunghi mesi di tensioni tra la Turchia e la Russia seguiti all’abbattimento del jet di Mosca al confine siriano nel novembre 2015, mentre i rapporti si avviano alla normalizzazione, l’ambasciatore russo Andrey Karlov muore sotto gli occhi di giornalisti, fotografi, cameraman e di decine di invitati durante l’inaugurazione della mostra fotografica “La Russia attraverso gli occhi dei turchi”.
Sono le 19 quando all’interno di una galleria d’arte che si trova nel quartiere blindato delle ambasciate un uomo vestito in impeccabile abito scuro e camicia bianca estrae la pistola e comincia a sparare. È un poliziotto di 22 anni, Mevlut Mert Altintas, nato a Soke, nella provincia di Aydin, nell’ovest del Paese, da 2 anni e mezzo in servizio nei reparti antisommossa della capitale: «Noi moriamo ad Aleppo, tu muori qui» dice l’attentatore al suo bersaglio prima di premere il grilletto. I testimoni raccontano sconvolti le frasi urlate dopo una raffica di colpi, mentre altre tre persone restano a terra ferite. «Questo è per conto della Siria. Vendetta» sono le sue parole, mentre intima a tutti: «Non vi avvicinate, non uscirò vivo da qui. Finché i nostri fratelli non saranno al sicuro, nemmeno voi potrete godervi la sicurezza» dice, prima di concludere in arabo «Allah è grande!».
L’uomo ha superato i controlli utilizzando un tesserino di riconoscimento della polizia. Ma come ha previsto lucidamente, il suo tempo si conclude qui: cade sotto i colpi delle teste di cuoio turche poco dopo la morte del diplomatico, a cui vengono prestate inutilmente sul posto le prime cure. Le ferite sono letali. Karlov, che lascia la moglie e un figlio, era il rappresentante di Mosca ad Ankara dal 2013.
I media parlano di un attentato di matrice islamista radicale. Una reazione all’intervento russo in Siria a sostegno delle truppe di Assad, sotto accusa per gravissime violazioni dei diritti umani nell’operazione di riconquista di Aleppo est.
Un lupo solitario, forse. O il braccio armato di una cellula estremista all’interno delle forze di sicurezza, un gruppo sfuggito alle “purghe” del governo che, dopo il tentato colpo di Stato, ha espulso migliaia di agenti considerati seguaci della presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Fonti di sicurezza ipotizzano legami di Altintas con Jabhat al Nusra, costola siriana di al Qaeda, ora ribattezzata Fatah al Sham. Alcuni familiari vengono fermati per essere interrogati. Il presidente Recep Tayyip Erdogan chiama il presidente Vladimir Putin condannando «il vile atto terroristico». La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova annuncia che la questione sarà posta lunedì ý prossimo al Consiglio di sicurezza dell’Onu: «Oggi è un giorno tragico per la diplomazia russa - commenta - Le autorità turche ci hanno assicurato un’indagine approfondita». Putin convoca d’urgenza una riunione straordinaria con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov e con i vertici dei servizi segreti. «È un tentativo di danneggiare i legami tra Mosca ed Ankara e di far fallire i tentativi di raggiungere un’intesa per la pace in Siria» dichiara il presidente russo.
L’attacco infatti avviene a meno di 24 ore dal vertice tra i ministri degli Esteri di Turchia, Russia e Iran, al centro del quale c’è il piano di evacuazione della citta di Aleppo. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu viene a conoscenza dell’attentato mentre è in volo per Mosca. Ad Ankara la tensione è altissima. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti chiede a tutti i cittadini di evitare l’area attorno al compound dell’ambasciata Usa ad Ankara fino a ulteriori comunicazioni.
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