Un esercito di aspiranti medici alle prove di Chieti e L’Aquila

4 Settembre 2020

Mascherine obbligatorie e rigoroso rispetto delle norme anti-contagio durante il test Sono stati 887 all’università D’Annunzio e 385 all’ateneo del capoluogo di regione

CHIETI. Mascherine come seconda pelle, percorsi obbligati all’interno dell’università e severità sulle regole anti-contagio. Sono i test di accesso a Medicina e Odontoiatria in versione anti-Covid, un test anche per le stesse università che si sono dovute attenere a rigidi protocolli ministeriali, con linee guida succedutesi a ritmi frenetici. E, a stare al giudizio dei ragazzi, l’università d’Annunzio del rettore Sergio Caputi l’esame sembra averlo superato. Sono stati 887 gli aspiranti medici che si sono presentati ieri mattina al campus universitario di via dei Vestini a Chieti. Alla vigilia erano iscritti in 926, in 49 hanno rinunciato.
All’Aquila, invece, sono stati 385 gli aspiranti camici bianchi, che hanno affollatole aule degli edifici Alan Turing e Coppito 1 dell’Ateneo aquilano per partecipare al test di ingresso ai corsi di Medicina e Odontoiatria.
A Chieti i candidati più vecchi erano due 49enni, il più giovane era minorenne, compirà a gennaio i 18 anni. I posti a disposizione per il corso di laurea in Medicina e chirurgia sono 186 per studenti italiani, comunitari e non residenti in Italia e 4 per non comunitari residenti all'estero. I posti per Odontoiatria e protesi dentaria sono 40 per studenti italiani, comunitari e non comunitari residenti in Italia e 6 per i non comunitari residenti all'estero. «Il decreto ministeriale per limitare gli spostamenti», ha detto la presidente della Scuola di Medicina, Patrizia Di Iorio, che ha organizzato i test, «ha predisposto che ciascun candidato deve sostenere la prova di ammissione nella sede dell’ateneo disponibile nella propria provincia di residenza, anche se ha scelto una sede universitaria diversa. Le prove si sono svolte senza particolari problemi». Un candidato è stato però espulso perché non ha consegnato il cellulare come richiesto. Il telefonino non era neanche silenziato: ha squillato sul finire della prova tra lo stupore generale. Lui si è scusato dicendo di averlo dimenticato in tasca. Ma non c’è stato nulla da fare: è stato applicato il regolamento che prevede l’espulsione. I test si sono svolti in 32 aule sorvegliate da 70 docenti e 40 dipendenti, mentre altre 80 persone hanno sorvegliato gli spazi esterni. L’ateneo si è avvalso inoltre dell’apporto dei vigili urbani per la viabilità esterna, della protezione civile e di carabinieri e polizia. «Assembramenti non ce ne sono stati proprio», ha detto l’aspirante medico Christian Pesce di Pescara, «solo all’entrata e all’uscita, fuori dall’università, si è creata un po’ di confusione».
«Noi genitori abbiamo cercato di mantenere le distanze», ha detto Massimo Desiderioscioli che con il figlio Riccardo ha atteso l’arrivo della figlia Beatrice che sogna di diventare un chirurgo. «Per il Covid sono stati molto precisi con percorsi già stabiliti, ben segnalati», ha aggiunto l’aspirante odontoiatra Jessica Ciferni.
«Sì, la d’Annunzio promossa», ha confermato Annalisa Trabucco che, figlia di infermieri, vuole diventare medico di Pronto soccorso e l’emergenza Covid l’ha solo motivata ancora di più. «In aula eravamo solo in 10, siamo riusciti a concentrarci di più», ha detto Carlo Iezzi di Pescara. La pensa così anche Francesco D’Agostino di Casalbordino, al suo secondo test e, rispetto alla prima volta, «è andata molto meglio anche grazie al fatto che le aule erano più vuote».
Da prescrizioni nazionali, le classi sono state infatti utilizzate solo al 30%. Ma c’è a chi quelle mascherine sempre calcate sul volto hanno «messo ansia», come ha detto Vanio Berghella di San Vito. Sara Primiterra di Ortona e Stefania Saraceni di Orsogna, amiche e compagne di scuola, si sono ritrovate anche nella stessa aula, «ma copiare era impossibile», hanno detto tornando a casa insieme, «e poi eravamo distanti, ci si poteva sedere solo dopo aver lasciato tre posti vuoti». «Volevano toglierci anche l’orologio, ma noi abbiamo dimostrato che, da bando ministeriale, potevamo tenerlo», ha aggiunto Ilaria Petroro di Rocca San Giovanni.
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