Un piano per far fallire il Tortuga «È stato svuotato come una larva»

Una consulente della procura passa al setaccio i passaggi societari del locale rilevato da Mattucci «Crediti finti e affitti per blindare gli utili e non pagare i debiti, azienda spogliata senza corrispettivo»
PESCARA. «Una larva svuotata dal ragno». Così una consulente della procura di Chieti descrive le operazioni che hanno portato al fallimento del Tortuga e al passaggio del locale dalle mani degli ex titolari Marco e Roberto Pola a una società di Mauro Mattucci, l’imprenditore di Montesilvano, 59 anni, da mercoledì scorso in carcere con l’accusa di bancarotta fraudolenta.
Secondo finanza e squadra mobile di Chieti, dirette dalla pm Marika Ponziani, Mattucci è il capo di un’organizzazione capace di rilevare aziende in crisi di liquidità, svuotarle dei beni e poi mandarle in fallimento lasciando a secco i creditori: 21 gli indagati, di cui 3 in carcere e altri 5 ai domiciliari. E tra i capi di imputazione per bancarotta fraudolenta, uno si riferisce al famoso locale del lungomare: il Tortuga è sotto sequestro, ma resta aperto e le attività, dalla spiaggia alla ristorazione fino alla movida, non si fermano. È la decisione degli inquirenti per tutelare l’economia del locale e i suoi lavoratori.
Secondo l’accusa, tra il 2012 e il 2014, il gruppo di Mattucci ha eseguito «una serie di atti, spesso in contraddizione tra loro e con effetto retroattivo, ma che, di fatto, stavano lentamente svuotando la società Tortuga srl di tutti gli asset patrimoniali». Sono almeno 12 i passaggi contestati di un’operazione da due milioni di euro che vede Mattucci come protagonista, ma sempre nell’ombra. Lo dicono anche due indagati in un’intercettazione: il commercialista teatino Antonio Cristofanelli «confida» all’imprenditore montesilvanese Nando De Luca che «Mauro non figura nell’affare ma risulta che è stato acquistato dal figlio» Marco.
La sintesi degli inquirenti si regge su una perizia della consulente tecnica Valentina Luise, assessore al Bilancio a Chieti, che ha esaminato cosa è successo nei due anni, quando il Tortuga è passato dai Pola alla T&A di Mattucci con una «complessa ragnatela contrattuale». Una serie di passaggi che non ha evitato il fallimento (15 aprile 2014) con un’insolvenza di un milione di euro. Un’ipotesi «ineluttabile» che, per la consulente, Mattucci avrebbe voluto ritardare «il più possibile».
«La cronologia degli accadimenti dà riscontro», scrive la consulente, «di una serie di atti contraddittori (ad esempio per rami di azienda affittati due volte a diversi soggetti), atti con effetto retroattivo in ogni caso tutti sapientemente convergenti verso un unico e, alla fine, palese obiettivo: creare una sorta di “blindatura” dell’attivo rispetto alle legittime istanze dei creditori sociali unita a un contestuale svuotamento della società di tutti gli asset patrimoniali di rilievo, lasciando la stessa come una larva svuotata dal ragno». La consulente parla di un «geniale testacoda» con i creditori fatti fuori a vantaggio della T&A: «Tutte le entrate sono state drenate a vantaggio dei creditori ultimi, ovvero di coloro che hanno stipulato gli ultimi e cervellotici contratti con la società Tortuga. La pennellata d’artista, infine, si sostanzia proprio in dirittura d’arrivo. Nel lasso temporale intercorso tra la pronuncia e il deposito della sentenza dichiarativa di fallimento, particolarmente esteso, la società con un ammirevole timing ha predisposto uno striminzito piano di risanamento, pur attestato da un professionista, in esecuzione del quale ha ceduto praticamente senza corrispettivo l’intera azienda». Secondo Luise, svuotare il Tortuga dei rami d’azienda produttivi – il bar ristorante, lo stabilimento balneare e l’intrattenimento notturno – è stato un «disegno organizzato»: «La Tortuga srl si è spogliata praticamente senza corrispettivo».
Il piano di risanamento, che gli inquirenti definiscono una «finzione», è stato certificato da un commercialista. Per la consulente «questo simulacro di concordato si è dimostrato solo un’operazione fittizia» per prendere tempo e rimandare il fallimento e non pagare i creditori: «Emblematica», dice la consulente, «la posizione del professionista che ha attestato la veridicità e la fattibilità del piano fornendo agli operatori lo schermo giuridico dietro al quale dissimulare un’operazione meramente distrattiva in danno dei creditori».
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