Un verbale nega le pressioni sui giudici

D’Alfonso testimone determinante in procura a Campobasso. Ora si attende il 10 maggio per l’udienza davanti al Csm
PESCARA. È il 6 luglio del 2015, sette mesi dopo l’assoluzione in primo grado a Chieti dei 19 imputati del processo per la discarica dei veleni di Bussi. Alle 10,30 di quel giorno, comincia la verbalizzazione della testimonianza di Luciano D’Alfonso. Il governatore parla un’ora esatta davanti agli investigatori della procura di Campobasso e le sue dichiarazioni diventeranno determinanti per l’archiviazione dell’inchiesta penale aperta nei confronti del giudice teatino, Camillo Romandini, presidente della Corte d’Assise di Chieti che sentenziò le assoluzioni di primo grado ma che poi è finito sotto processo per presunte pressioni su giudici popolari che componevano la Corte.
DAVANTI AL CSM. Oggi che l’inchiesta penale su Romandini è in archivio c’è comunque attesa per gli eventuali effetti disciplinari. Così, alla vigilia dell’udienza al Consiglio Superiore della magistratura, che il 10 maggio prossimo dovrà prendere una decisione dal punto di vista disciplinare nei confronti del giudice delle assoluzioni di Bussi, il Centro pubblica gli stralci principali di un verbale particolare, quello della deposizione di D’Alfonso che smentisce le tesi di pressioni su magistrati o giudici, togati e popolari, e sfata le voci mai dimostrate di presunte tangenti.
RISPOSTE DELICATE. Il governatore dell’Abruzzo, nella sua deposizione a Campobasso, è lineare nelle risposte, soprattutto in quella più delicata in cui riferisce alla polizia giudiziaria (che in seguito riporteremo con il semplice acronimo Pg) di un incontro a cena con il giudice Romandini che lui, peraltro, non poteva non conoscere per via del ruolo che quest’ultimo ricopriva anche in una commissione per l’assegnazione di alloggi popolari in Abruzzo. Ecco il verbale.
Pg: «Ha avuto occasioni private di parlare con magistrati del processo?».
D’Alfonso: «A parte le interlocuzioni con i Pubblici ministeri, intercorse essenzialmente durante il processo, ne ho parlato con il presidente Romandini (...). Ho incontrato Romandini nel corso di una cena svoltasi in una casa privata, l’abitazione di un medico dell’ospedale di Pescara, dottor Dogali».
ACCADDE QUELLA SERA. D’Alfonso precisa che la cena «ebbe luogo allorché erano appena finite le udienze in cui erano state rese le conclusioni delle parti». Non si tratta di una precisazione di poco conto perché, in quella data, la partita processuale era di fatto chiusa: nulla poteva più essere aggiunto oppure tolto per dimostrare o smontare la più grave delle accuse ipotizzate dai pm, Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli, quella di avvelenamento delle acqua, reato da Corte d’Assise per il quale è necessario che ci sia il dolo da parte di chi lo commette.
Ebbene quella sera, D’Alfonso fa delle domande al giudice Romandini che, nelle risposte, nonostante che il processo fosse praticamente chiuso, è comunque essenziale e cauto per evitare il rischio di essere ricusato, com’era già avvenuto per il giudice Geremia Spiniello.
LE TRE DOMANDE AL GIUDICE. «Avendo programmato di nominare l'avvocatessa dello Stato, Cristina Gerardis, direttore generale della Regione Abruzzo, da me conosciuta come collaboratrice del Ministero dell'Ambiente e poi parte civile nel processo per la discarica di Bussi, chiesi a Romandini che opinione se ne fosse fatta. Lui mi disse che era stata molto brava. Gli chiesi anche come erano stati i pubblici ministeri, mi rispose che si erano dimostrati molto competenti. Chiesi infine com’erano stati gli avvocati degli imputati. Romandini mi rispose che erano stati adeguati ed efficaci». Tutto qui.
Ma la polizia giudiziaria non si accontenta e incalza.
Pg: «La Mantini ci ha detto che lei le ha riferito solo la parola “efficace” pronunciata da Romandini».
D'Alfonso: «Ricordo entrambi i termini, adeguati ed efficaci, non ricordo però se alternativi o congiunti. Ne trassi preoccupazione per cui raccomandai alla Gerardis di irrobustire la successiva eventuale replica».
PENSAVA ALLE CONDANNE. D’Alfonso precisa alla Pg anche i motivi che fugarono la sua preoccupazione: «Ciò dissi anche se i giornalisti che avevano presenziato al processo tendevano a tranquillizzarmi dicendosi ottimisti circa le prospettive di condanna perché, a loro dire, nel corso delle udienze era stata dimostrata la consapevolezza dell'inquinamento in atto attraverso documenti prodotti. Si parlava in particolare di un fax paragonato a una cosiddetta “pistola fumante”».
IL RUOLO AVUTO. Ma la Polizia giudiziaria di Campobasso non si ferma perché, fino a questo punto delle deposizione del governatore, non emerge nulla che possa essere compromettente nei confronti di Romandini. Allora pone a D’Alfonso l’ultima domanda.
Pg: «E’ in grado di riferire in merito a fatti rilevanti concernenti il processo relativo alla discarica di Bussi?».
D'Alfonso: «Come presidente ho partecipato a tutte le udienze del processo anche perché il precedente presidente aveva minimizzato la vicenda, durante una conferenza stampa, dell’inquinamento delle acque nel tratto fluviale di approvvigionamento delle risorse idriche. Da responsabile della Regione ho anche disposto la costituzione di un registro dei tumori ed ho costituito un osservatorio epidemiologico con riferimento al bacino interessato. Infine dichiaro che sono molto preoccupato per l'impegno finanziario che comporterà la bonifica, avendo lo Stato al momento posto a disposizione solo 50 milioni di euro grazie all'intervento all'epoca del presidente Marini, del parlamentare Piccone e del relatore per la finanziaria dell'epoca, onorevole Legnini». Qui finisce il verbale. Ma di pressioni sui giudici non c'è traccia.

