Una battaglia di 20 anni ma Villa Basile chiude «Diciamo no al cemento»

Il parco torna all’erede del barone che, nel 1975, donò l’area al Comune Nel 2002 la protesta di Acerbo per il verde: il consiglio divenne una bolgia
PESCARA. «È una tragedia, una tragedia per la città». Maurizio Acerbo accoglie così l’ordinanza della Corte di Cassazione che ha tolto il parco di Villa Basile al Comune e l’ha riconsegnato a un erede della famiglia. «Mi piange il cuore», dice il segretario nazionale di Rifondazione comunista, «ma non dobbiamo arrenderci e su quella zona bisogna mantenere il vincolo a verde pubblico». Nel 2002 fu proprio Acerbo il protagonista di una protesta che trasformò il consiglio comunale in una bolgia con i vigili urbani a strappare gli striscioni dei contestatori: Acerbo salì sui banchi in difesa del verde; lo fecero anche i consiglieri Edoardo Di Blasio e Fausto Di Nisio; i Giovani comunisti fecero irruzione in aula con le tute bianche al grido di “no al cemento”. Nino Sospiri rimase con gli occhi sgranati e senza parole: accanto a lui, Isabella Del Trecco, oggi assessore comunale, e poco più in là il nipote Lorenzo Sospiri, adesso presidente del consiglio regionale. Davanti a tutti, il pubblico con centinaia di volantini con scritto “stop al cemento selvaggio”. A distanza di oltre 20 anni da quel giorno, Pescara dice addio al parco della collina vista mare: un parco con il peccato originale di essere nato troppo tardi.
Nel 1975, il barone Vincenzo Basile donò quell’area di 6 ettari al Comune a patto di farne un parco pubblico. Quel giardino è stato inaugurato soltanto nel 2004, a distanza di 29 anni dalla donazione. E, in quasi trent’anni di niente, un erede del barone ha fatto in tempo a usucapire quel terreno. L’ultimo tassello è la pronuncia della Cassazione che ha bocciato il ricorso del Comune contro la riassegnazione dell’area alla famiglia: a breve il parco chiuderà. E la Cassazione serve anche una beffa: l’amministrazione Masci è stata condannata a pagare oltre 10mila euro di danni e spese legali.
«Vent’anni fa, pensavamo a un grande parco della collina», racconta Acerbo, «all’epoca c’erano mire edificatorie che siamo riusciti a bloccare imponendo una variante al Prg all’amministrazione di Luciano D’Alfonso. Così, nel 2004, è stata realizzata la prima parte del parco: quella è un’area di pregio e abbiamo fatto una battaglia perché si cominciasse davvero. Il fatto è», sottolinea Acerbo, «che realizzare il verde pubblico viene sempre ritenuto secondario mentre il grado di civiltà di una città si misura proprio dalla quantità di verde a disposizione dei cittadini». E il capo di Rifondazione prosegue: «Piange il cuore perché se si fosse proceduto subito dopo la donazione del barone alla realizzazione del parco, l’erede non avrebbe potuto fare questa iniziativa giudiziaria». Durante il contenzioso, dice la Cassazione, il Comune non ha fornito prova dell’acquisizione del possesso del terreno e, adesso, il parco è perso per sempre. «Comunque», dice Acerbo, «bisogna vigilare affinché a nessuno venga in mente di proporre un accordo con la famiglia che preveda la possibilità di costruire su una porzione del sito in cambio di tutto il resto. Da vent’anni propongo, sempre inascoltato, un piano comunale degli espropri per il verde: gli espropri di pubblica utilità sono previsti dalla legge».

