Una fiaccolata per Giovina Il cugino: «Quanti ricordi»

L’inchiesta per omicidio: martedì la manifestazione a Fallo, suo paese di origine Il familiare: adorava la montagna, era piena di interessi, tanti viaggi fatti insieme
PESCARA. L’8 marzo di cinque anni fa, alle 8 del mattino, Giovina Annalisa Mariano spariva dalla sua villa di Moscufo. L’anniversario della scomparsa di Gioia, come era conosciuta, sarà celebrato martedì con una fiaccolata a Fallo, il paese in provincia di Chieti in cui era nata il 1° aprile 1956. Quest’anno l’ex dipendente comunale di Pescara avrebbe compiuto 66 anni.
Dopo la riapertura delle indagini con l’ipotesi di omicidio da parte della procura di Pescara, che ha disposto perquisizioni e sequestri nell’abitazione di Moscufo, le analisi nella vettura di Giovina a caccia di tracce di sangue, e le ricerche del corpo nei due pozzi e nei terreni intorno alla villetta con l’ausilio di cani molecolari, parla il cugino Renato Frattura. Informatico nato anche lui a Fallo, e coetaneo di Giovina, Frattura oggi risiede a Rovereto, in Trentino. E a pochi giorni dalla fiaccolata in ricordo della cugina, accetta di parlare con il Centro. Racconta gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza con Gioia, trascorsi insieme «a giocare a brucio per le strade di Fallo», le gite in montagna, le passioni di Gioia e i suoi tormenti. Fino alla scomparsa.
Frattura è uno dei parenti di Gioia («è la mia testimone di nozze») che con l’associazione Penelope che si occupa di persone scomparse presieduta da Alessia Natali, con la consulenza legale di Raffaella Anzivino, ha spinto per la riapertura delle indagini. «Non ci siamo mossi prima perché avevamo creduto alla tesi dell’allontanamento volontario e pensavamo che presto o tardi si facesse viva», spiega Frattura, «poi è arrivato il lockdown che ha bloccato le ricerche. Ma eravamo lacerati. Così, appena possibile, ci siamo rimessi in moto e abbiamo lanciato appelli in tv e sui giornali». E afferma: «Gioia non sarebbe mai andata via senza salutare almeno le zie Ada e Maria a cui era molto affezionata, senza lasciare un messaggio a qualcuno per dire: lasciatemi in pace, voglio stare un po’ da sola. Era impensierita da problemi economici in quel periodo, ma era troppo legata alla famiglia e agli amici per sparire senza avvisare». Con alcuni amici aveva pranzato a Rigopiano nel dicembre 2016. «In quei giorni intorno a Natale fu l’ultima volta che la sentii al telefono», racconta il cugino, «mi disse che, al ritorno a casa dopo un pranzo con amici, perse il controllo dell’auto, uscì fuori strada e finì contro i rovi sotto una scarpata. Raccontò di essersi ferita al braccio sinistro, uscendo dall’abitacolo e che qualcuno, non so chi, l’aveva soccorsa. Poi seppi che era stata portata in ambulanza all’ospedale di Penne».
«Che fine ha fatto Gioia? A lungo ho sperato di ritrovarla viva», va avanti Frattura, «ma le speranze si affievoliscono col passare del tempo. Purtroppo credo sia morta. Ho immaginato che avesse avuto un malore e che non avesse potuto contattare qualcuno. O anche che si fosse suicidata, ma l’ipotesi non regge: ci sarebbe un corpo da qualche parte. Forse non l’avremmo trovata neppure se l'avessimo cercata prima. La procura pescarese sta facendo un grande lavoro, ma cinque anni di assenza sono tanti. Se il suo cellulare avesse agganciato qualche cella al nord, l’avremmo cercata anche lì. Una segnalazione di avvistamento è arrivata da Bergamo e una da Chieti, poi più nulla». Gioia, racconta ancora il cugino, aveva tante passioni: «Il blues, il rock, le canzoni di Guccini che cantavamo davanti al camino nella casa di Fallo. E amava la montagna, insieme abbiamo fatto tanti viaggi in camper. Adorava camminare, ma non le piaceva viaggiare di notte».

