Una vita da poliziotto, Sciolè va in pensione

Dalla strage di Bologna al sequestro Soffiantini fino alle missioni e all’Antidroga: 42 anni in prima linea
PESCARA. Era solo un bambino quando si metteva in ginocchio e baciava la terra, in segno di «attaccamento alla patria». Nel tempo, l'istinto di quel bimbo si è fatto «spirito di servizio» e anche «onore» di lavorare per il Paese, in polizia. Per il sostituto commissario Nicolino Sciolè, che ha appena compiuto sessant'anni, oggi è l'ultimo giorno di lavoro prima della «pensione per raggiunti limiti di età». Appende la divisa al chiodo dopo «42 anni di attività e 50 di contributi», perché da piccolo già lavorava «come macellaio». La polizia Sciolè ce l’ha nel cuore e si sente dallo slancio e dalla passione con cui ripercorre questi decenni: i ricordi, nitidissimi, scorrono veloci, a partire dal maggio del ’79 quando, a 18 anni, si arruolò nella «guardia di pubblica sicurezza» per poi specializzarsi nell'antiterrorismo e approdare al settimo reparto celere di Bologna, sua prima assegnazione. Il 2 agosto, giorno della strage, era in una «caserma quasi vuota, a circa 300 metri dalla stazione, quando l'esplosione spalancò le porte. Uscimmo subito, con il caterpillar», dice oggi. Alla Digos di Bologna, una volta diventato agente di polizia, si occupava di scorte con «le prime macchine blindate i cui freni diventavano incandescenti, tanto era il peso». Impossibile dimenticare i giudici Aldo Gentile, Giorgio Floridia, Vito Zincani e il procuratore capo Guido Barino, che «ci trattava come figli: lui e la moglie ci facevano salire a casa per offrirci dei dolci. Il pericolo? Non lo sentivamo, un po’ per l’età, un po’ per l'attaccamento al lavoro, di cui eravamo orgogliosi». Dopo Senigallia è approdato Pescara, dove la moglie Lina aveva dato alla luce il primo figlio, Manuel, oggi avvocato, e dopo di lui Ilaria e Gaia, tutti cresciuti con «un senso della famiglia molto forte». Prima la squadra Volante, poi la Mobile, con il dirigente Roberto Cosentino che lo volle al suo fianco («ora che vado via il dirigente è suo figlio, Dante»), il grado di sottufficiale e la squadra Narcotici «di cui sono tuttora il capo», e le missioni, anche «a Parigi, Vienna e in Albania, per la droga e per l'immigrazione».
Sempre «poco presente a casa, ma molto intensamente, e ricordo che dall’Albania spesi 700mila lire in telefonate per sentire i bambini». Uno dei momenti emblematici, nel ’97: Luigi Savina, dalla Criminalpol, lo chiamò da Avezzano, andavano presi i sequestratori di Giuseppe Soffiantini. «Misi un po’ di biancheria intima in una busta e andai, senza dire niente a casa. Mia moglie non chiedeva, sapeva dell’importanza e della riservatezza del mio lavoro. L’operazione riuscì, di notte la chiamai e dissi “li abbiamo presi”, ma forse capì tutto solo il giorno dopo, dai giornali. Poi tornai, preparai il cambio e andai a Grosseto, sempre per Soffiantini». Più di recente Mario Della Cioppa, dalla questura di Foggia, gli ha chiesto di «formare una squadra« a Vieste, dopo la strage di San Marco in Lamis. «Ho preso un giorno per riflettere, ma dopo 20 minuti avevo deciso e risposto “Presente”. Con quel gruppo, “Ultimo avamposto”, abbiamo arrestato molti mafiosi, pur cominciando da zero».
«Guai se non ci fosse la paura, ci si convive», dice, ma la spinta arriva da una citazione. L'ha tatuata sul braccio: “quello che posso fare dà significato alla mia vita, anche se è solo una goccia nell'oceano”.
I volti più cari restano quelli di Cosentino e Savina (con lui c'è un legame personale), però «tutti i funzionari della Mobile mi hanno dato tanto e gratificato. Anch'io ho dato molto e ho lavorato divertendomi. Ed è bello sapere che l'Antidroga di Pescara è quella che ha fatto più arresti e sequestri».
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