Usano i ragazzini per rubare nelle case: nessuno li può punire

16 Giugno 2015

Costretti dai genitori perché non imputabili, i ladruncoli finiscono in case famiglia ed è lì che raccontano le loro storie

PESCARA. S’intensifica in estate il fenomeno dei furti nelle abitazioni. Spesso i ladri sono più che bambini, ma di quei bambini, rom e sinti dei campi nomadi, che non hanno mai conosciuto l’infanzia, fanciulli senza fanciullezza e senza scuola mandati a rubare dagli stessi genitori.

Non importa se siano maschi o femmine, non importa nemmeno se la ragazzina ha già il pancione e sta per mettere al mondo un’altra creatura. Arrivano a Pescara e in altre città abruzzesi provenienti dai campi nomadi di fuori Abruzzo, spesso di Roma.

Vengono da soli, in autobus o in treno, veri e propri pendolari del furto, ma capita anche che ad accompagnarli a destinazione siano gli stessi parenti, genitori, zii, cugini maggiori, che poi se ne tornano indietro in attesa del bottino che riporteranno i ragazzini e dal quale dipende la sussistenza della famiglia. Di solito hanno una missione da compiere: riuscire a intrufolarsi nelle case, con qualsiasi stratagemma, e rubare tutto ciò che c’è da rubare e che è possibile trasportare a mano: oro, denaro e qualsiasi oggetto purché di valore. Quando poi qualcosa va storto e intervengono polizia e carabinieri a bloccarli, i ladri ragazzini finiscono nelle case famiglia, affidati al servizio sociale territoriale di competenza, con il tribunale dei Minorenni che ha il non facile compito di decidere sulla sorte degli zingarelli catapultati sulla strada della microcriminalità senza nemmeno passare per l’infanzia.

Il momento del fermo, da parte delle forze dell’ordine, spesso rappresenta il momento dell’emersione dei piccoli rom dal mondo invisibile dove sono sempre stati relegati, all’ombra della società italiana. E si scopre così che tanti, più dell’italiano, parlano il romanes e che a scuola non ci sono quasi mai andati. Si chiamano Maria, Gabriela, Nadia, Gabriel, Jovanovic, Marius, Levuta e con altri nomi tipici dei gitani.

«Vengo dalla Croazia», racconta Gabriela in un italiano stentato, ha 14 anni, incinta di quattro mesi, l’hanno sorpresa a rubare in un appartamento nel Pescarese, «la mia famiglia sta ancora lì, mia madre, mio padre e i miei fratelli. Sono venuta in Italia con mio marito e stiamo in un container a Roma, dove c’è anche mia zia. Non è vero che mi hanno costretto a rubare. La verità è che con le mie due amiche siamo venute altre quattro volte in Abruzzo, prima a Teramo e poi vicino Pescara. Hanno preso solo me, le mie amiche ce l’hanno fatta a fuggire. Mia madre mi diceva di venire in Italia, lei ama molto il vostro paese che conosce perché guarda sempre i canali tv italiani».

Non ha niente con sé Gabriela, solo gli abiti che indossa e una borsa di pelle sdrucita, in grembo un bambino che dovrebbe nascere tra Natale e Capodanno. Dopo due giorni riesce a fuggire e far perdere le sue tracce. I carabinieri la rintracciano un mese e mezzo dopo in Toscana, sempre per furto in una casa.

Più tragica la storia di Nadia, 16 anni, che non sa bene nemmeno chi sia suo padre in quei campi sterminati di Roma, dove è cresciuta. La madre non l’ha mai conosciuta, le hanno detto che è morta giovanissma. Un uomo italiano l’ha presa in affidamento sin da bambina, ma pur essendo «un gaggio» le offre una vita persino peggiore, tra droga da consumare e da spacciare, perché per Nadia al peggio non c’è mai stata, e forse non ci sarà, mai fine. «Mio padre vero è uno slavo, ma non ci ho mai trattato, non so bene in quale campo viva e non mi interessa, considero papà l’uomo che si è preso cura di me, anche sua moglie mi maltratta, per me non è una madre», dice parlando della sua vita. «Avevo 11 anni quando sono rimasta incinta la prima volta, la bambina mi è stata tolta quando l’ho partorita, l’hanno data in adozione, ci penso spesso a lei. Vorrei cambiare vita, voglio avere un marito e altri figli». Scoperta mentre rubava in negozio, incinta di nuovo a 16 anni, la ragazza è stata inserita in una struttura di protezione.

«Mi dicevano che non sono buono nemmeno a rubare i miei parenti», racconta Marius, 15 anni, che riferisce di arrivare da un campo di Napoli, «mi sfottevano ed è per questo che, visto che a scuola non ci vado, mi sono organizzato per venire a Pescara. Con altri amici siamo entrati in casa di una vecchietta e abbiamo preso 400 euro, poi ci hanno visto i vicini e hanno chiamato la polizia che ci ha fermato poco dopo. Ma l’abbiamo fatto solo una volta. Adesso dicono che devo stare lontano dalla mia famiglia, ma non è giusto».

Per concludere: «Non mi interessa studiare, anche se qui mi costringeranno ad andare a scuola fino a 16 anni, ma dopo vorrei andare a lavorare. Mi piacciono le macchine, so già guidare bene e potrei fare il meccanico, anche se lo so che uno come me non lo prende nessuno».

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