Valentinetti: ascoltiamo i giovani, ora gli adulti devono esserlo davvero

21 Luglio 2024

Il messaggio dell’arcivescovo: «I genitori tornino a guidare i loro figli» Allarme per web e tv: «Violenza e sballo sdoganati, sembrano normali»

PESCARA. Ascoltare, comprendere, rieducare. Sono i tre comandamenti del “patto educativo” che ha in mente monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, per riallacciare il dialogo e la condivisione con i giovani della città, a quasi un mese dal delitto di Christopher Thomas Luciani. L’arcivescovo è stato un riferimento nei giorni più bui del dolore collettivo, subito dopo l’omicidio del 16enne di Rosciano. Ed a lui che i presidi delle scuole della provincia, sconvolti dall’accaduto, si sono rivolti per trovare assieme una strada da percorrere nel prossimo anno scolastico.
Monsignor Valentinetti, cosa le hanno chiesto i dirigenti scolastici nell’incontro voluto dopo l’omicidio al parco Baden Powell?
«Mi hanno chiesto d’incontrarci pochi giorni dopo il brutto fatto di cronaca. Ho avvertito da parte loro un senso di smarrimento e d’impotenza. Assistere ad una storia del genere, sapendo che i protagonisti erano ragazzi delle loro scuole, li ha fatti sentire in discussione. Probabilmente, anche dopo aver ascoltato le mie parole nell’omelia durante i funerali di Christopher: “La società tutta è responsabile di questa situazione”. E lo penso ancora: genitori, scuola, Chiesa, istituzioni sportive, bisogna ricreare una rete e un patto educativo, perché la realtà giovanile va da un’altra parte e non è più controllabile. Questo significa che non riusciamo a trasferire ai ragazzi i nostri valori, le nostre conoscenze migliori e le cose più belle della vita. E loro respirano le cose peggiori. Ci siamo dati appuntamento a settembre con i presidi per un piano concreto di attività per il prossimo anno scolastico».
La scuola cosa potrebbe fare? La nonna di Christopher ha suggerito d’inserire delle ore settimanali destinate al dialogo e all’ascolto dei ragazzi.
«La nonna di Christopher è una donna forte, che ha espresso il desiderio di fare qualcosa per i giovani. Le ho offerto la nostra collaborazione. Credo che la cosa più importante, al primo punto, è mettersi in un atteggiamento di ascolto. Dei giovani e degli adolescenti. Questo può instaurare un dialogo, un rapporto. I genitori spesso non ascoltano i figli. I docenti sono più preoccupati della nozione che dell’ascolto. E anche la parrocchia è più preoccupata della sacramentalizzazione che dell’ascolto. Io ho fatto esperienza negli ultimi due anni scolastici girando in alcune classi, invitato dagli insegnanti di religione, proprio per ascoltare i ragazzi, le loro istanze più profonde. Ho capito che c’è bisogno di andare in profondità».
E le famiglie che ruolo hanno?
«Non bisogna puntarsi il dito a vicenda in questo momento per scaricare le colpe. Le famiglie devono avere il ruolo che hanno sempre avuto: manifestare ai propri figli una dimensione di adultità. Molto spesso non è così: gli adulti non vogliono fare gli adulti, vogliono rimanere giovani. E l’adolescente così non ha con chi confrontarsi. Il livello è pari, invece il confronto deve avvenire tra un adulto, che ha acquisito determinati valori, e un giovane che deve imparare. Questo non vuol dire imbonire, subissare i giovani di raccomandazioni, ma accompagnarli, condividere, vivere paternità e maternità nel senso più vero del termine».
La politica come dovrebbe porsi?
«Dovrebbe fare delle scelte per dare la possibilità ai giovani di partecipare, di sentirsi coinvolti. Purtroppo, però, i politici che abbiamo in questo momento storico pensano solo a preservare se stessi e non a trasferire competenze e partecipazione. Questa si riduce solo al voto, ma i ragazzi non sanno che farsene. Avrebbero bisogno di risposte. A volte vengono fuori giovani interessati ai grandi temi, al green o alla pace, ma sono come funghi che nascono spontaneamente e durano un giorno. Perché? Non solo alimentati da chi dovrebbe incoraggiarli. Anche la chiesa dovrebbe fare di più per coinvolgerli. Ma io vedo i giovani disinteressati, nessuno li coinvolge. Un tempo c’erano le scuole di partito, ho conosciuto persone che le hanno frequentate: avevano uno spessore umano profondo. Purtroppo oggi non lo vedo intorno a me».
A livello umano, come ha vissuto la vicenda dell’omicidio di Christopher?
«Sono rimasto smarrito. Quando muore un giovane in modo così violento, le domande sono sempre le stesse: chi siamo? Dove andiamo? Cosa possiamo fare? Ho pregato per quei ragazzi, per la vittima e anche per gli altri, per le loro famiglie e per i loro amici».
Mancanza di empatia, indifferenza, crudeltà. I protagonisti di questo crimine hanno compiuto un gesto di violenza estrema, quasi irreale.
«Tutto questo viene dal mondo che arriva dal web e dalla tv. Il linguaggio usato “mi ha mancato di rispetto”, è un tipico linguaggio mafioso. Ho visto “Gomorra” in tv: la violenza che ispira è pesante. Se continuiamo ad abbeverarci con certe immagini, non usciamo da questa bolla virtuale. E anche andare al mare dopo aver ucciso una persona, e festeggiare come se fosse un trofeo, diventa possibile. Bisogna intervenire: serve un filtro di tutto ciò che arriva ai ragazzi».
Web, social e tv. Mixati con alcol e droga: si sta creando una bomba sociale.
«Ripeto: si sta proponendo un mondo virtuale, che presenta tutte le cose più belle che desideriamo. Le immagini che arrivano hanno sdoganato dimensioni umane che non sono quelle della normalità: la pornografia, la droga, la violenza hanno creato questo mondo parallelo. La realtà, invece, è difficile da vivere e da affrontare. Se la religione e la morale non sono più accessibili e alla portata, allora si sceglie la via più facile: lo sballo. Dobbiamo rimettere al centro le priorità. Noi, con la fondazione Caritas, abbiamo una struttura per ospitare i malati di Aids, che non ce la fa a contenere tutte le persone che avrebbero bisogno di essere ospitate. C’è la fila, ma le istituzioni hanno un po’ sottovalutato la questione, dicendo che il fenomeno è in calo. Ma non è così...».
La morte di Christopher può essere uno spartiacque per la città? Ci saranno un prima e un dopo?
«Sì, questa tragedia può insegnare tanto a tutti noi. La strada tracciata dalla nonna del ragazzo, di fare un’associazione a suo nome, è una di quelle giuste. Ma non l’unica. Non pensiamo a cose straordinarie: ognuno faccia la propria parte, e tutto andrà bene. Nonna Olga chiede la massima pena per i responsabili dell’omicidio? Chi è stato colpito nel vivo, può esprimere tutti i sentimenti che vuole. Ma la nostra società nei confronti della pena ha un’idea sbagliata. La pena non è vendicativa, dev’essere riabilitativa, medicinale. Altrimenti è il fallimento totale della società. Nelle carceri italiane, però, tutto vedo tranne che pene medicinali. Che invece sarebbero fondamentali, soprattutto per i giovani».
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