«Vide un barbone portato via: da allora è esplosa la rabbia»

22 Ottobre 2014

PESCARA. Gabriele Ballarini, il 63enne che ha aggredito la sua psichiatra, provava un enorme senso d’ingiustizia, scatenato dalla visione di un barbone portato via con l’ambulanza. Fu lo stesso ex...

PESCARA. Gabriele Ballarini, il 63enne che ha aggredito la sua psichiatra, provava un enorme senso d’ingiustizia, scatenato dalla visione di un barbone portato via con l’ambulanza. Fu lo stesso ex elettricista a rivelare questo particolare al professor Giorgio Misticoni, responsabile del servizio di psicologia clinica del dipartimento di salute mentale della Asl, interpellato proprio dalla dottoressa aggredita per una consulenza sulla percorribilità della psicoterapia su un malato cronico e grave come Ballarini.

«Quando ho visto il paziente», ricorda Misticoni, solidale con la collega presa a martellate, «presentava un delirio persecutorio collegato a un grande senso d’ingiustizia che gli sembrava di aver subìto». L’episodio del barbone lo aveva segnato. «Riuscii a comunicare con questo paziente, quanto fosse per lui difficile accedere alla sua fragilità e come la sua rabbia verso un mondo ingiusto rappresentasse la protesta di quella parte debole di lui che nessuno aveva capito. Si sentì capito e mi ringraziò. Ma questo non fu sufficiente a creare un’alleanza terapeutica e lui non ritenne di fare psicoterapia». Secondo Misticoni - docente di psicopatologia psicoanalitica della scuola di formazione dello spazio psicoanalitico di Roma, e membro della federazione europea di psicoterapia psicoanalitica nel settore pubblico, oltre che libero docente alla D’Annunzio - «il problema è che in psichiatria troppo spesso gli operatori sono lasciati con pochi strumenti di cura: in questo caso, è evidente che la cura farmacologica e psicoterapica hanno trovato un limite data la cronicità del paziente e l’irrigidimento della malattia». Misticoni indica nella psicoterapia ambientale la strada «per pazienti così gravi; occorre un ambiente che funzioni in modo terapeutico: mi riferisco al progetto Artis, oggi applicato a 30-40 casi, che implica l’affiancamento ai pazienti di un operatore che li riabilita alle relazioni umane, al di fuori della ripetitività del loro mondo chiuso, e che li porta a contatto con l’ambiente, il sociale, attraverso il filtro di una relazione mirata a comprendere il senso del loro delirio». Un intervento specialistico per restituire una speranza, assicura Misticoni, a pazienti troppo costretti nella terapia farmacologica. Ballarini «ha agito così perché era un paziente disperato; occorre dare speranze alle persone creando possibilità di cure alternative e aggiuntive perché nessuno può essere contento di far dipendere i propri stati mentali soltanto dalla sostanza chimica. Nessuno accetterebbe di essere felice per una sostanza e non di una propria felicità. E’ una condizione psicologica normale resistere ai farmaci, che determinano stati mentali che la persona non può che sentire come invasivi e invadenti la sfera privata: uno preferisce un delirio che sia suo a un benessere indotto». ©RIPRODUZIONE RISERVATA