Yelfry accusa il suo aggressore: «Era una furia, ora deve pagare»

Il cuoco ricorda che Pecorale voleva più sale sugli arrosticini, ma si è infastidito e gli ha tirato un pugno «Non lo avevo mai visto prima. Pensavo si calmasse, invece ha preso la pistola e mi ha sparato 5 volte»
PESCARA. «Non perdono chi ha tentato di uccidermi. A lui penserà Dio, ma spero che la giustizia faccia il suo corso e lo punisca. Deve pagare per ciò che mi ha fatto e fare i conti con la sua coscienza». È ancora «molto spaventato», Yelfry Rosado Guzman, il cuoco di 23 anni raggiunto da cinque colpi di pistola, domenica scorsa, mentre era al lavoro a Casa Rustì, il ristobar in piazza Salotto.
Dal suo letto d'ospedale, nel reparto di Neurochirurgia, con i familiari sempre accanto, racconta con lucidità quei momenti di follia quando Federico Pecorale, il 29enne finito in carcere con l'accusa di tentato omicidio, gli scaricava addosso cinque proiettili. «Non conoscevo quell'uomo», afferma il ragazzo che ancora trema al ricordo di una giornata da incubo condivisa con la collega, Martina Tammaro, a cui ha salvato la vita strattonandola per allontanarla dalla furia del 29enne che ha sparato «perché gli arrosticini erano insipidi».
Yelfry, come si sente?
Sono vivo per miracolo, se ripenso a quei momenti. Sto bene, ma la paura non mi abbandona. Ho il terrore di non poter più camminare, anche i medici mi hanno rassicurato che ci vorrà del tempo prima che io possa tornare ad una vita normale.
Cosa prova per l'aggressore?
Niente, la deve pagare e basta. Non sono io a doverlo perdonare, ci penserà Dio a lui. Che faccia i conti con la sua coscienza. Spero solo che la giustizia faccia il suo corso. Non potrò mai dimenticare i momenti in cui mi rotolavo a terra cercando di schivare i proiettili, ma più mi giravo e più mi colpiva. Era una furia, non si fermava. Io pensavo: sono morto, tra poco sono morto. Ho pregato tanto Dio e gli chiedevo di darmi la forza di superare quell'incubo. Ho strattonato Martina per salvarla, altrimenti avrebbe sparato anche a lei.
Cosa ha scatenato quella furia?
Non lo so. Era venuto nei due giorni precedenti a mangiare, non lo conoscevo. Aveva mangiato un giro di arrosticini e ne ha chiesti altri 10. Mi ha detto, però, di farli più salati perché i primi non sapevano di niente e voleva anche che non li mettessi uno sull'altro. Quando li ho portati al bancone, li ho scrollati perché pensavo di aver messo troppo sale. Quel gesto gli ha dato fastidio e mi ha tirato un cazzotto.
Lei è un pugile, perché non si è difeso?
Sono un pugile, non un animale. Sapevo che le telecamere stavano riprendendo, non ho voluto diventare aggressivo per non passare dalla ragione al torto. Pensavo si calmasse, invece ha estratto la pistola e ha fatto fuoco. Ero terrorizzato, così come Martina che urlava: “Fermati, fermati”. Ma lui non si fermava, ho sentito 5 colpi, due mi sono entrati dentro, uno mi ha preso di striscio sulla testa. Ogni colpo che partiva sentivo la botta.
Poi cosa è successo?
Quando se n’è andato ho detto alla mia collega di chiamare i titolari. Io sono rimasto a terra, non sentivo più il mio corpo, non riuscivo a muovere niente se non le braccia e ho cercato di tamponare il sangue che mi scendeva dal collo. È entrato un uomo che passava di lì e gli ho detto: “Mi hanno sparato”. Lui mi ha risposto “Tranquillo tranquillo” e con uno strofinaccio mi ha premuto sulla ferita per bloccare il sangue. Poi è arrivata l'ambulanza e mi ha portato al pronto soccorso. Ricordavo tutto e dentro di me dicevo: “Speriamo di farcela ad arrivare in tempo all'ospedale”. Ringrazio i medici che mi hanno salvato la vita e chi prega per me. Sono felicissimo, mi danno la forza per andare avanti.
Cosa chiede adesso?
Desidero solo tornare a camminare e stare bene. Vorrei piangere perché non era il momento, ho un figlio e sono giovane. Oggi ho videochiamato il mio piccolino di tre anni. Mi ha chiesto: “Papà dove sei? Perché hai la faccia così?”. Era preoccupato per i miei tubicini e gli ho detto: “Non sto tanto bene, ma presto tornerò da te”. Ecco cosa voglio: riabbracciare il mio bambino.

