Calcio

Addio alla fata-bambina di Baldini, ecco cos’è l’amore di un genitore

18 Luglio 2026

Si è spenta a 30 anni Valentina, la figlia con gravi disabilità dell’ex allenatore del Pescara. L’editoriale del direttore 

PESCARA. Non dimenticherò mai la prima volta in cui Silvio Baldini ci parlò della sua Valentina. Oggi, nel giorno in cui lei ci ha lasciato, dico «ci parlò» perché il campionato 2024-2025 era appena iniziato, l’indimenticabile Pescara di Baldini, partito nella perplessità generale era appena esploso, noi della redazione del Centro avevamo appena finito un pirotecnico forum con il mister in redazione e Silvio era sulla porta che parlava della sua «bimba», con una dolcezza e una passione che avvertivi come potentissimi e irrevocabili: «Era un parto anticipato di trenta giorni, secondo alcuni questa bimba non doveva nemmeno nascere, e invece è nata. I medici erano certi che sarebbe dovuta morire appena nata, invece è sopravvissuta. Doveva lasciarci poco dopo essere sopravvissuta, prima di uscire dall’ospedale, poi nei primi anni di vita, e invece ormai è diventata una donna: disabile al cento per cento, non sa parlare, ha difficoltà auditive, ma quando io mi metto a studiare gli schemi per la squadra, lei siede in terra vicino a me, e…». Si era fermato. Aveva ripreso a parlare, ma più lentamente: «A un certo punto la guardo, mi avvicino, le fischio nelle orecchie», raccontava il mister, «lei mi porge l’altro orecchio, ride come una matta, e io a quel punto sono l’uomo più felice del mondo».

Avrei conosciuto Valentina in una giornata d’estate, a Massa, alla fine del 2025, in una mattinata particolare in cui si chiuse un grande capitolo di storia del mister (e di questa città), ma ne parlerò solo alla fine. Prima devo dire che quel Baldini padre, dolcissimo e intimista, salì sul palco della nostra festa di presentazione del Centro a Pescara, poco più di un mese dopo. Questa volta fu lui a parlare di Valentina, ma in un modo del tutto diverso, spiazzante: «Quando giro con lei», spiegava quella sera alla festa del Centro, «ho imparato a riconoscere e a tradurre gli sguardi della gente che incrocio. Prima guardano Valentina, poi, guardano me. E quando osservano Valentina gli occhi dicono: “Poverina, guarda che mostro”. E poi guardano me, o mia moglie, e dicono: “Poveretto, poveretti, proprio a lui, proprio a loro doveva capitare, una sciagura come questa”. E quando io leggevo queste parole in quegli occhi, i primi tempi provavo rabbia, mentre adesso non provo più nulla. Non mi arrabbio, anzi, perché io guardo Valentina, lei guarda me, la trovo bellissima e io in quel momento sono il padre più felice del mondo».

Quel giorno la platea del teatro D’Annunzio rimase come paralizzata, un secondo di apnea prima di un lungo applauso, e tutti noi imparammo da questo uno-due folgorante la lezione meno retorica e più potente che si possa immaginare sul senso più profondo dell’amore paterno, la rottura di ogni codice buonista e falsamente consolatorio sulla disabilità: imparammo ancora una volta che la compassione non è mai amore, e che il vero amore di un genitore, o di un fratello, o di un amico può essere più potente di qualsiasi pregiudizio, di qualsiasi veleno, di qualsiasi miseria umana.

Diventato commissario tecnico della nazionale under 21, Baldini tornò ancora a quel racconto: dopo aver parlato della squadra e della sua carriera, iniziò a ripercorrere le tappe di quel campionato di serie C vinto in maniera rocambolesca alla guida del Pescara. Ma era come se Valentina fosse sempre con lui, un pilastro identitario, un mito fondativo del Baldini mister, un frammento del suo corpo: «Lo scorso anno eravamo in ritiro pre-campionato: mi ero esposto nei discorsi pubblici, volevo vincere. Ma in quei giorni vedevo che quel che pensavo possibile era difficile da realizzare. Così», aveva spiegato il mister, «parlando con mio figlio Mattia (suo inseparabile braccio destro, ndr) gli dissi che avevamo fatto la scelta sbagliata, che saremmo dovuti andare via».

Ma era stato proprio grazie alla risposta di Mattia al padre che la stagione del Pescara aveva cambiato direzione: «Mattia mi disse che io vedo Valentina, la mia figlia disabile, sempre bellissima perché non la guardo con gli occhi delle altre persone, ma con quelli del cuore. Perciò mi aveva suggerito di cercare di vedere i giocatori con gli stessi occhi con cui guardo Valentina. Da quel momento ho giurato a me stesso che l’avrei fatto».

Avevamo parlato dell’origine di tutto questo in una bella intervista in cui Baldini aveva raccontato la sua vita partendo dai nonni divisi dalla linea gotica. E poi era arrivato a lei, Vale: «Tu sai di mia figlia: tecnicamente tutti i suoi problemi derivano da un problema genetico. A Valentina manca un cromosoma, ma a me piace così. Per me e mia moglie non le manca nulla. È una fata». Perché mi parli ancora di lei? «Perché quando Mattia mi ha detto: “Tu la vedi bellissima perché la ami”, si è verificato un transfert: ho iniziato a guardare anche i ragazzi della mia squadra così. La mattina dopo ho allenato, e ho ricominciato a sentire la magia». La fata, l’amore, la magia. Scoprivamo, giorno dopo giorno, che nel culto baldiniano era magico il bosco, era un folletto sua madre, a caccia di funghi, ed erano fate sia Valentina che la zia novantenne, che lo pregava: «Portami a cercare i prataioli con te!».

Come in un romanzo a puntate, questo snodo biografico, era un punto-croce che tornava sempre nel racconto di Baldini, addirittura alla ricerca di un episodio premonitore: «Il bene e il male, nulla avviene per caso. Pensa: prima di sposarmi avevo una ragazza. Una storia d’amore giovanile. Lei aveva abortito, ci eravamo lasciati. E un giorno, prima del mio matrimonio, lei mi aveva chiamato. Pensavo volesse farmi gli auguri dopo quattro anni che non la vedevo e sentivo. Invece no. Le avevo detto che stavo per andare all’altare e allora lei mi aveva risposto: “Ti auguro di passare le mie stesse vicissitudini”. E allora avevo detto a mia moglie, quando era rimasta incinta: ho il presentimento che qualcosa andrà storto. E per questo non ero rimasto sorpreso quando Valentina era nata disabile».

E qui aggiungo ancora una frase pronunciata dal mister alla presentazione di Pescara: «Le analisi del Dna avevano accertato che le mancava il cromosoma 14. Incontrai anni dopo quel medico, che mi disse dispiaciuto: “Lo sai che oggi si potrebbe intervenire sul feto per correggere l’errore?”».

Il mister era rimasto per un attimo muto. Poi quel suo tono quasi sussurrato: «Fu un colpo. Non dormii di notte, poi né parlai a lungo con mia moglie. Ma oggi dentro di me lo so: anche se quel benedetto cromosoma per magia si potesse aggiungere domani, io non lo farei». Di nuovo silenzio: «Perché Valentina è questa qui, non è una persona a cui manca un numero: è così perché altrimenti non sarebbe lei, non sarebbe mia figlia».

Stacco. Nell’estate del 2025 da quelle parole era passato un anno: con Baldini siamo diventati amici, come talvolta noi giornalisti lo si diventa dei personaggi che ci lasciano un segno dentro. Che ci mostrano qualcosa che non avevamo capito. Io amo le biografie (leggerle e raccontarle) perché sempre si impara dalle vite degli altri, c’è sempre un pezzo che serve al congegno delle nostre vite. Ma Baldini aveva aggiunto a questa sensazione un elemento ancora più potente. Dovevamo chiudere un supplemento su quella miracolosa promozione in B, era in ballo il rinnovo del contratto a Pescara, io dovevo intervistarlo: «Vieni a Massa», mi disse, «che ti porto in un meraviglioso ristorante di carne, pazzo e anarchico, proprio qui vicino casa». L’intervista durò un intero pomeriggio, nel giardino dei Baldini, dominato dalla verve della moglie Paola, dalle visite di amici che entravano, uscivano, si passavano il testimone della parola in una immaginaria staffetta.

Fu in quel pomeriggio che mi trovai davanti l’ultimo tassello del puzzle su quella vita: Valentina era lì, al centro del giardino, sdraiata su un divanetto sorridente e felice, come se fosse il cardine di tutto questo universo di relazioni belle e complesse che gravitavano intorno al mister e a sua moglie. Non era una ragazza disabile, non era una figlia molto amata, era di più: era la fata della famiglia. Poi ci fu un colpo di scena. Mentre il giorno dopo tornavo a Pescara, con la mia bella intervista in pagina, convinto che il mister restasse, incrociavo la macchina del presidente Daniele Sebastiani e del direttore sportivo Pasquale Foggia che salivano in Toscana. Eravamo convinti che tutto fosse pronto per il rinnovo. Ma il giorno dopo i sogni andarono in frantumi. Contro ogni pronostico Baldini non firmò il contratto che gli veniva proposto da Sebastiani: «Non posso farlo, non posso per la mia famiglia». Pesavano le trasferte in giro per l’Italia con Mattia, i viaggi, la distanza da quel giardino, da quella fata senza tempo.

Mi morsi la lingua per la rabbia. Mentre il nostro supplemento in edicola spopolava, il mister lasciava la città. Accettando poi un incarico meno stressante, sulla panchina dell’under 21. Oggi, nel giorno in cui Valentina ci ha lasciato, la potenza di questa narrazione baldiniana fa sì che possiamo fare tesoro di questa lezione. Da vicino nessuno è normale, a tutti manca qualcosa, ad alcuni un cromosoma, ad altri molto di più. Soprattutto a quelli che sono convinti di essere sani.

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