«Adoro Baggio, il buco nero resta l’Heysel»

L’ex telecronista: «Ho giocato fino alla serie B e all’epoca i giornalisti mi erano antipatici...»
PESCARA. «Mi deve scusare, ma vede, qui siamo al confine con la Slovenia e le comunicazioni non sono delle migliori». Dall'altro lato del telefono la voce inconfondibile è quella di Bruno Pizzul. Nonostante gli 80 anni compiuti l'8 marzo scorso, il tono è sempre lo stesso, composto e compassato, proprio com'eravamo abituati a sentirlo mentre raccontava le partite della Nazionale. Linguaggio pulito, concetti chiari. Il rientro in Friuli, precisamente a Cormons, dopo 35 anni trascorsi a Milano nella sede Rai di Corso Sempione non l'ha arrugginito, anzi. Per sua stessa ammissione, la vita frenetica della grande città va bene, ma fino ad un certo punto. Meglio la tranquillità della provincia. La stessa provincia da cui tutto ebbe inizio: «Non posso dire di aver avuto la vocazione del giornalista o del telecronista. Giocavo a calcio, sono arrivato in B con il Catania e a dire il vero chi raccontava quello che facevo mi era cordialmente antipatico».
Che cosa le ha fatto cambiare idea?
«Quasi mi trascinarono a Trieste per fare un concorso in Rai come programmista, a cui non si presentò nessuno. Superati i primi passaggi arrivai a Roma, dove nella commissione c'era Paolo Valenti il quale mi disse che stavano cercando telecronisti e che il mio profilo era quello giusto. Così iniziai».
Ricorda la sua prima telecronaca?
«Certo. Bologna-Juventus di Coppa Italia, nel 1969, sul campo neutro di Como. Strada facendo mi fermai a pranzo con Beppe Viola, tanto che arrivammo allo stadio con le squadre già in campo da almeno 15 minuti. All'inizio ero emozionato, poi, rotto il ghiaccio, andò tutto bene».
Dal 1986 al 2002 è stato il telecronista della Nazionale italiana di calcio. Praticamente tra i due mondiali vinti. Quanto le dispiace non aver potuto gridare 'campioni del mondo'?
«Vede, a me preoccupa che la gente pensi questo, perché in realtà così non è. Se fosse capitato l'avrei fatto volentieri, ma non è che ci abbia perso il sonno. Se vogliamo il rammarico più grande è quello di Italia '90, quella squadra meritava il successo. Negli Stati Uniti arrivammo in fondo tra mille vicissitudini. Certo, quel rigore di Baggio, poi, è andato come sappiamo... ».
Roberto Baggio, croce e delizia anche della sua carriera da giornalista. E' stato il più forte che ha commentato?
«Questo non saprei dirlo, sono giudizi personali e molto labili. Se parla con i compagni di Schiaffino loro non ammettono giocatore più forte di lui. Eppure la storia ce ne ha consegnati tanti».
Che cosa allora l'ha colpita del Divin Codino?
«Mi ha sempre affascinato la sua idea di calcio gioioso, fatto di estro e di fantasia, messi a disposizione dei compagni. Ha avuto una carriera costellata da mille infortuni e spesso ha trovato le soddisfazioni più grandi in provincia».
Come a Bologna per esempio.
«Dove Ulivieri non voleva farlo giocare. E una sera sua madre gli disse: “A casa mia non entra chi non fa giocare Baggio”. Pensi la grandezza del giocatore e della persona».
La madre che rimprovera il figlio allenatore per una scelta tecnica. Sembra un altro mondo. Ma quant'era diverso il calcio dei suoi tempi?
«Parecchio. Prima i giocatori vivevano insieme. I ritiri erano forse più fastidiosi, ma servivano a compattare il gruppo. Si giocava a biliardo o a carte, c'era chi andava al cinema o chi semplicemente si prendeva in giro. Oggi no. Tolti quei momenti istituzionali, i ragazzi rimangono intrappolati nei videogiochi o nei moderni mezzi di comunicazione. E per gli allenatori è molto più difficile».
Anche la professione dei giornalista è mutata.
«Per forza. Ai miei tempi eravamo molti di meno. Se c'era un'intervista o una conferenza ci presentavamo in cinque, massimo sei. Questo aiutava a creare rapporti con i protagonisti, che spesso diventavano anche amici».
Invece adesso?
«Oggigiorno vediamo sempre questo stuolo di giornalisti al seguito, pronto a strappare una qualsiasi dichiarazione. Si vive troppo di pallone, e non va bene. Se accendo la tv trovo o trasmissioni di calcio o di cucina. Faccia un po' lei», chiosa Pizzul con un sorriso ironico.
Ha avuto un modello professionalmente parlando?
«No, penso che ognuno debba essere se stesso, altrimenti se si lavora per spirito di imitazione si rischia di sbagliare».
Quindi oggi non vede un nuovo Pizzul?
«Ci sono tanti bravi giornalisti, ognuno con le sue caratteristiche. Fare confronti però è un esercizio che non mi affascina».
Prima ha parlato di tv: molti di noi a giugno l'accenderanno per vedere i Mondiali. Senza Italia. Strano no?
«Saranno esattamente come tutti gli altri. Non vedere la nostra Nazionale farà senza'altro effetto, ma io li guarderò più che volentieri. Il problema siamo noi italiani, un popolo non di sportivi ma di tifosi».
Si spieghi meglio.
«Per provare interesse abbiamo bisogno della squadra da tifare. Vedere una partita solo per il piacere di ammirare questo o quel giocatore, una grande giocata o il tuffo acrobatico di un portiere ci piace poco. Durante Italia '90 spesso mi sono trovato a fare telecronache all'interno di stadi più vuoti che pieni. Un qualcosa che si è visto solo qui».
Restando in tema Nazionale, un parere su Verratti, quasi un simbolo per l'Abruzzo.
«Un giocatore sbocciato troppo giovane, caricato da tutti di eccessive responsabilità. Ha fatto vedere delle buone cose così come dei limiti, fisici e temperamentali. E' stato etichettato troppo presto come il salvatore della patria. Non ha ancora dimostrato di essere un fenomeno e non è detto che lo dimostrerà, ma possiede senza dubbio ottime doti che gli consentiranno di proseguire ad alti livelli».
Lui, che inseme a Immobile e Insigne hanno fatto volare il Pescara di Zeman. Un allenatore capace di tutto e del contrario di tutto. Come mai?
«Meglio definirlo un maestro. Persone come lui dovrebbero lavorare con le scuole calcio e i giovani. Purtroppo, poi quando si arriva ad un certo livello conta solo il risultato. Oggi si pensa più che altro a come far giocar male l'avversario e per uno come Zeman questo diventa un handicap. Ha dato molto al calcio italiano, anche se è sempre stato un tipo piuttosto spigoloso con cui non era facile colloquiare».
Dall’album dei ricordi è possibile estrarne uno per la serata dell’Heysel, del 1985, dove tra gli altri morirono anche degli abruzzesi?
«La serata più brutta per la mia coscienza di uomo. Non possono morire 39 persone per una partita di calcio. Durante il commento ero in difficoltà e alla fine cercai di chiudere il più in fretta possibile. La Juve festeggiò la vittoria di quella Coppa dei Campioni con i tifosi rimasti, forse avrebbe fatto meglio a depositare il trofeo sul campo».
Un pronostico: chi vince Russia 2018?
«Questo proprio non so dirglielo. Ci saranno le solite grandi potenze, Messi avrà l'ultima occasione per diventare grande con l'Argentina. Ma tra le outsider dico: occhio al Belgio».
Adriano De Stephanis
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