Amedeo racconta papà: «Carismatico e passionale sapeva costruire i sogni»

14 Giugno 2017

Stasera durante Italia-Giappone la commemorazione di Gabriele,  lo storico dirigente della pallanuoto italiana scomparso il 22 maggio scorso

PESCARA. Si scrive Italia-Giappone alle Naiadi, si legge Pomilio-day. D’altronde quando si parla di pallanuoto a Pescara e in Abruzzo il pensiero va subito a Gabriele Pomilio, il compianto dirigente che ha contribuito a scrivere le pagine più belle di questa disciplina sportiva. Questa sera (ore 20,30) Pescara e la pallanuoto lo ricordano a quasi un mese dalla sua scomparsa, avvenuta il 22 maggio scorso all’età di 79 anni. Ci sarà la commemorazione ufficiale (anche) della federazione di cui è stato consigliere per anni, tanto fidato da essere anche l’accompagnatore della Nazionale, in cui il nome Pomilio c’è ancora, perché il figlio, Amedeo, è il vice del ct Alessandro Campagna. Dopo la celebrazione di domenica dei 30 anni dal Triplete della pallanuoto pescarese, stasera un altro appuntamento che mette al centro la figura di Gabriele Pomilio. Su un maxi schermo saranno trasmesse le immagini delle tappe fondamentali della carriera. E in più c’è la promessa da parte della federazione di riportare la Nazionale a Pescara verso ottobre-novembre per una partita della World League durante la quale sarà commemorato lo storico dirigente abruzzese.
Amedeo Pomilio oltre a essere il primo dei tre figli (gli altri sono Franca e Paola) è stato anche un suo giocatore, nel Pescara e in Nazionale. Ed è lui stesso che prova a descrivere al figura di questo dirigente che ha fatto la storia della pallanuoto. «Riusciva a vedere oltre. Immaginava e creava un progetto e poi lo realizzava», racconta il 50enne di Francavilla. «Mi ha insegnato a vivere lo sport, come la vita, con ironia, senza mai prendersi troppo sul serio. L’ironia è una grande dote per un uomo. Occorre sapersi prendere in giro, sempre. E, soprattutto, apprendere dalle sconfitte, da cui nasce un insegnamento per il futuro».
Carisma e passione. Un attimo di pausa e poi: «Aveva ambizione e lungimiranza, tutte le cose che diceva puntualmente si verificavano».
Un esempio? «Beh, una squadra di serie A2 che nel 1984 va a prendere Estiarte, il miglior giocatore al mondo, poteva apparire un’utopia. Eppure c’è riuscito, quello è stato un capolavoro. Che ha dato energia positiva anche a noi ragazzotti di belle speranze del posto. Avevamo il migliore al mondo con noi e questo spingeva tutti a migliorarsi, dando il massimo. Così sono nati i successi».
Di cui, però, si sono perse le tracce in epoca recente. «Manca qualcuno che guardi avanti. Che abbia quel pizzico di genio per vedere oltre il presente e l’immediato futuro. Io spero che dalla serata del Triplete di domenica e da questo appuntamento con la Nazionale possa rinascere quello spirito che papà ha lasciato in eredità».
Che poi, per Amedeo, resta ancora un mistero il motivo per cui il papà si era innamorato della pallanuoto. «Aveva giocato a Roma con Pederzoli (il compianto Bud Spencer, ndr). Era animato da passione, una dote che ti permette di capire e di conoscere meglio quello che stai facendo. Un passo alla volta: ha portato a Pescara Guarducci, Marsili e Pizzo. Un passo alla volta ha costruito un progetto che ha fruttato scudetti e trofei che ancora oggi sono il vanto sportivo della città».
Come? «Aveva una capacità di coinvolgere la gente attorno a un sogno fuori dal normale. Riusciva a mettere insieme persone che tra di loro magari non avevano nulla in comune. Così come è avvenuto nella pallanuoto. Si sono alternati fior di imprenditori al timone della società. Magari gente che non conosceva nemmeno le regole della pallanuoto, eppure stavano bene insieme».
In una parola? «La prima che mi viene in mente è carisma. Lui sprizzava energia coinvolgente».
C’è poi il rapporto padre-figlio che va oltre quello tra dirigente e giocatore. «Nel mio caso dovevo dimostrare sempre qualcosa in più degli altri, così come avviene a tutti i figli d’arte. La cosa mi ha pesato fino a un certo punto, perché poi erano la vasca e il pallone che parlavano. Però, chiaramente, io, a differenza di altri, vivevo la vita della pallanuoto pescarese a 360°, anche le vicissitudini e le tensioni che ruotano attorno a una società».
Io e papà. E poi il rapporto personale. «Ero un ragazzo e gli chiedevo: “Secondo te, papà, ce la faccio a entrare negli Allievi?”. E lui rispondeva: “Impegnati e vedremo”. E poi: “Ce la faccio a giocare in serie A?”. Ancora: “Secondo te, merito la Nazionale?”. E lui? “Impegnati e vedremo”. Fino a quando un giorno, di ritorno da Barcellona, dopo l’Olimpiade vinta nel 1992, eravamo quasi arrivati a Francavilla. C’era mezza città che ci aspettava. Eravamo in macchina e mi disse: “Hai visto? Un po’ alla volta ti sei preso tutto. Ora non mi puoi chiedere più niente, hai ottenuto quello che volevi con lavoro e sacrificio”. Lui era fatto così: passione e carisma».
Un po’ alla volta si era allontanato Gabriele Pomilio dalla pallanuoto pescarese. Ma mai dal mondo dello sport che seguiva osservando e vedendo oltre la superficie. Gli ultimi tempi di vita li ha vissuti pensando e organizzando un torneo giovanile che si è inventato altrove e a un progetto di sviluppo che è la sua eredità. E che ora è nelle mani della federazione. «Sì, lo scrisse quando si parlava di rivoluzionare la nostra disciplina cambiando le regole. Lui era contrario. E mise nero su bianco quelle che erano le strategie di rilancio, attraverso la diffusione globale nei cinque continenti da perseguire con il marketing». Un altro passo.
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