Arriva il mental coach: il calcio è questione di testa

Celestino Natale da educatore sociale a motivatore grazie a un master collabora con diversi giocatori che militano in squadre abruzzesi
CHIETI. Ottimizzano le prestazioni di un giocatore lavorando sulla testa. Una volta si chiamavano psicologi: uno dei primi a farne uso, nel mondo del calcio, fu l’allora ct della Nazionale Arrigo Sacchi che portò nel suo staff tecnico il dottor Renzo Vianello. Adesso i nuovi allenatori della mente si chiamano mental coach. Ci sono in tutti i grandi club. Alcuni giocatori ne hanno persino uno personale. Quello di Bonucci, Gilardino, Floro Flores, Pegolo è Alberto Ferrarini. Quello di Borini si chiama Roberto Civitarese, quello di Ancelotti Livio Sgarbi. Anche Fabio Capello, quando era ct dell’Inghilterra, si affidava a Christian Lattanzio.
In Abruzzo c’è Celestino Natale, 44 anni, originario di Fara San Martino, ma residente a Spoltore. Un educatore sociale da oltre venti anni, uno di quelli che ha sempre lavorato con ragazzi in difficoltà. E che, dopo un master a Milano, è diventato un mental coach. «Il mio compito è quello di lavorare sulle potenzialità di una persona per darle la possibilità di raggiungere il suo obiettivo», spiega Natale. «Elimino tutti i fattori negativi e lavoro molto sulla fisiologia: ampio respiro, testa alta, schiena dritta, non abbattersi dopo un errore. Per un giocatore l’obiettivo da raggiungere non è vincere una partita, perché la vittoria non dipende solo da lui, ma dare il massimo e cercare di andare oltre i suoi limiti. Non esiste dire “non ce la faccio” perché in questo modo il cervello inizia a capire che non ce la fai veramente».
Natale collabora con diverse società abruzzesi. Prendiamo i casi di singoli giocatori. Partiamo dal ghanese Ransford Selasi, centrocampista del Pescara. «Era iper responsabile», racconta il suo mental coach Natale, «perché, puntando troppo sul risultato, cercava di strafare e faceva male. Capita spesso agli stranieri perché per loro il calcio è sopravvivenza e quindi vogliono riuscire per forza in quello che fanno. Se sei iper responsabile, la palla scotta e la butti. Con lui ho utilizzato lo stato d’animo della tranquillità, senza caricarlo di eccessive responsabilità. Adesso è migliorato, gioca di più la palla e prova il tiro. Può anche sbagliare, ma l’atteggiamento è cambiato».
L’attaccante Michele Vano del Chieti aveva poca autostima. «Quando sbagliava una palla, abbassava la testa. Mi sono inventato di avere un amico pianista che, quando sbagliava l’esecuzione di un brano, era felice perché aveva tante altre possibilità di imparare il pezzo. Così vale per un giocatore: non deve mai buttarsi giù durante una partita. Poi Vano è tifoso della Juventus e gli ho detto di pensare di indossare la maglia bianconera sotto quella del Chieti. Dopo un paio di sedute, ha iniziato a segnare». Chi ha beneficiato di più dei consigli di Natale è stato il neroverde Andrea Carlini. «Il venerdì prima della gara con la Samb fece un pessimo allenamento. Ronci mi chiese di parlarci. Carlini è un ragazzo che si sporca poco in campo, così gli ho fatto vedere un allenamento di bambini e notare come loro si buttano e non mollano un pallone. L’ho fatto tornare indietro nel tempo. Con la Samb è entrato e ha segnato il gol decisivo».
E poi c’è un caso particolare: quello di David Mbodj, difensore senegalese cresciuto nel settore giovanile del Pescara e ora al San Nicolò, che è anche il figlio adottivo di Natale. «Con lui ho dovuto recuperare dieci anni di non calcio perché David fino a 15 anni non aveva mai giocato. Abbiamo lavorato sulla concentrazione e sul significato di stare in uno spogliatoio, cose che non aveva mai sperimentato».
Quanto incide il lavoro di un mental coach? «E’ determinante perché insegna a pensare positivo. Se tanti ex giocatori ne avessero avuto uno, forse avrebbero avuto una carriera diversa». Per vincere non basta solo il talento: serve anche la testa.
Giammarco Giardini
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