Bastianelli leader Uci: dopo la gravidanza ho una marcia in più

20 Aprile 2019

Domani in Olanda all’Amstel Gold Race con la maglia ciclamino: «A 31 anni sto vivendo il mio momento migliore in carriera»

La donna più in forma del ciclismo mondiale si chiama Marta Bastianelli, 31 anni, laziale di origine e abruzzese di adozione. Di Guardia Vomano, frazione di Notaresco dove vive con il marito Roberto De Patre - ex ciclista professionista e oggi imprenditore - e la figlia Clarissa. Domani sarà in Olanda ai nastri di partenza dell’Amstel Gold Race con la maglia ciclamino di leader della classifica dell’Uci Women’s World Tour. Nella speranza di bissare il successo al Giro delle Fiandre del 7 aprile scorso. Sta vivendo una seconda giovinezza dopo la prima caratterizzata da un titolo di campione del mondo. E una seconda vita: quella abruzzese e matrimoniale iniziata nel 2014 dopo quella laziale, di Lariano, una cittadina di 13mila abitanti vicino Velletri. Da lì si è trasferita per amore, continuando a coltivare la passione per la bici.
Bastianelli, chi l’ha messa per la prima volta sulla bici?
«Mio zio Massimo, a lui piaceva la bici. Era un amatore. Mi disse: “Proviamo”. Ed è andata bene. All’inizio facevo le gare con i maschi e cominciavo a vincere. Da li è partita una bella storia tutt’ora in corso».
Ricorda la prima vittoria?
«Sì, eravamo in Toscana. Una gara femminile, arrivai con tre minuti di vantaggio sulle altre ragazze. Non alzai nemmeno le mani. Ero imbarazzata, perché ero sola e non si vedeva nessuno alle spalle».
Un momento in cui ha di detto farò la professionista?
«Quando sono entrata nel gruppo sportivo Fiamme Azzurre, nel 2008».
Un ricordo della giornata di Stoccarda, nel 2007, quando vinse il titolo mondiale?
«E’ legato alla famiglia che era venuta fin lì per seguirmi. Ovviamente, i miei non parlano il tedesco. Ma c’era una zia che capiva qualcosa e faceva da interprete. Ero in fuga e lo speaker faceva sempre il mio nome».
Marta Bastianelli, come andò quella vicenda del doping che le è costata la squalifica?
«Roba di dieci anni fa, l’ho messa nel dimenticatoio. E’ stata una squalifica per negligenza dovuta a persone laureate che, però, non hanno svolto bene il loro lavoro. Mi sono fidata di persone sbagliate. Ero un pesce grande in quel momento, ero una campionessa del mondo, e la lezione doveva essere esemplare, malgrado fosse chiaro che si trattava di negligenza. Sono stata fortunata perché la mia famiglia mi ha aiutato. In quel momento, addirittura, è nato un fans club, a Lariano. Un gesto bellissimo del mio paese. Ho avuto la fortuna di avere un gruppo sportivo che ha preso in mano situazione e ha voluto che andassi avanti, nonostante tutto. Ha creduto in me dopo aver visto le carte. Da lì ho imparato a selezionare le persone che mi circolano attorno e scegliere di chi fidarmi».
I controlli sono stringenti.
«Siamo sottoposti al sistema Adams. Devo dare la mia disponibilità almeno un’ora al giorno, tutti i giorni. In modo tale che i dottori possono venire per fare i controlli antidoping. E’ un sistema scelto da noi ciclisti che altri sport non hanno. E così accade che alle sette del mattino arrivi un dottore a casa per un prelievo di sangue o di urina».
Di solito, dopo la maternità inizia la fase calante per un’atleta, invece lei…
Il mio preparatore diceva sempre che la donna ha la massima esposizione dal punto di vista atletica a partire dai 30 anni. Io non gli credevo e, invece, ha avuto ragione. Il mio fisico sta dando il 100% dopo la maternità. Ovviamente, è un sacrificio enorme fare la mamma, per di più essendo atleta… Però, devo dire che la maternità mi ha dato una carica in più, come se avesse rigenerato il mio fisico».
E i chilogrammi da smaltire?
«Dopo la maternità è rimasto qualche chilo. Però, il trauma l’ho avuto lo scorso inverno in cui ho perso nove chili dopo l’intervento per l’asportazione delle tonsille; sono stata più di venti giorni mangiando solo liquidi. Poi, qualcuno l’ho ripreso e, ovviamente, ho dovuto lavorare molto in palestra per tonificare il mio corpo».
E’ il momento migliore della tua carriera?
«Penso di sì. L’anno scorso ho vinto dieci gare e pensavo che ripetersi è sempre difficile. Ora, invece, la stagione è iniziata alla grande. E ho già messo in bacheca due successi e diversi secondi posti».
Come ha conosciuto suo marito Roberto De Patre?
«Su Facebook, era il 2011. Lui era professionista nel mio stesso team, ma maschile. Da lì è nato tutto».
Il primo invito chi l’ha fatto?
«Lui, almeno quello!».
Le è pesato il cambio di vita, essendo venuta a vivere in Abruzzo?
«Mi è pesato lasciare gli affetti, ma è normale. La mia è stata una scelta di cuore e di amore».
Che cosa ama e che cosa detesta dell’Abruzzo?
«Mi piace tutto, mare e montagna vicini. Paesaggi spettacolari. Detesto, però, le strade: sono impraticabili».
Quando gira il mondo chi le tiene la figlia?
«Il papa e i nonni».
Mai pensato di smettere tra matrimonio e gravidanza?
«Sì, tante volte. Poi, però, la famiglia, in primis mio marito, mi ha sempre spinto a proseguire».
Perché ha cambiato squadra quest’anno?
«Per diverse motivazioni, ho scelto una squadra danese in cui mi trovo bene».
Fino a quando continuerà a correre e con quali obiettivi?
«Vorrei provare a fare le Olimpiadi. Obiettivo Tokyo 2020. E’ un traguardo che mi devo guadagnare con il tempo e con le prestazioni».
Come si coniugano sport e femminilità?
«Difficile, è vero. Ho poco tempo per me stessa. Nei ritagli di tempi cerco di fare qualche scappata dal parrucchiere e dall’estetista».
Suo marito si intromette in questioni legate all’attività professionale?
«Mi è di aiuto, sono io che gli chiedo consigli. Diciamo che è il mio procuratore. Lo cerco spesso. E’ in gamba».
A chi si sente di dire grazie?
«Il primo lo devo a mio marito e alla sua famiglia, mi hanno accolto a casa loro e mi aiutano tanto. La chiamo la grande famiglia De Patre. Un grazie ai miei genitori che viaggiano in continuazione per starmi vicina; e il terzo grazie a me stesso, me lo devo».
Che cosa farà dopo il ciclismo?
«Andrò a lavorare, finita l’attività sportiva mi aspetta la polizia penitenziaria visto che appartengo al gruppo delle Fiamme Azzurre. Dovrò ricoprire un ruolo all’interno del mio corpo».
Il destino è segnato…
«Sì, diciamo che, avendo mia suocera che lavora al carcere di Teramo, all’ufficio matricola, e lo zio di mio marito che lì fa l’ispettore, penso che dovrebbe essere questo il mio destino».
Sua figlia?
«Clarissa ha cinque anni. Mi auguro faccia sport, non so se sceglierà il ciclismo. Per ora, fa danza nella palestra di Gabriele Di Giuseppe, mi auguro che possa continuare con questo gruppo».
La segue nelle gare?
«Raramente dal vivo, spesso da casa davanti alla televisione. Quando vinco esulta, quando non vinco si mette a piangere».
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