Bernal re di Campo Felice: tappa e maglia. Ciccone c’è

Il colombiano vola sullo sterrato, il corridore teatino ci prova ma è solo secondo
ROCCA DI CAMBIO. Il colombiano molla tutti e parte. Oggi vuole fare le piste da sci, ma alla rovescia. Dove gli altri scendono, lui invece vuole salire. E ancora salire. Oltre il laghetto a quota 1.655 metri increspato dal vento e dalla pioggia battente. Come il toro quando vede rosso, così Egan Bernal fa con lo sterrato. Si prende tappa e maglia a Campo Felice e infiamma Rocca di Cambio.
SEMPRE PIÙ IN ALTO. Il comune più alto dell’Appennino si ritaglia un momento di gloria, una pagina incastonata nella più grande storia del Giro d’Italia. La smorfia che incornicia il volto del 24enne biker di Bogotà, la bocca aperta per la fatica, l’urlo dello sforzo soffocato in gola si sciolgono in un doppio pianto poco dopo l’arrivo. Così, su queste stesse strade in cui il crudele Zampanò (Anthony Quinn) abbandonò al suo destino Gelsomina (Giulietta Masina), nel capolavoro “La Strada” – che diede l’Oscar, nel 1957, a Federico Fellini, salito fin quassù a girarne le scene memorabili di una sceneggiatura a tre, con Flaiano e Pinelli – la nuova maglia rosa diventa protagonista abbandonando tutti. Giulio Ciccone, il ciclista di Chieti, il beniamino dei tifosi abruzzesi che lo spingono fino all’ultimo metro di salita, gli tiene botta: fa di tutto per prendersi la vittoria, ma è secondo, a testa altissima, su un avversario micidiale. Ciccone c’è.
IL RETROSCENA. Eppure, il finale della tappa rischia di saltare fino all’ultimo momento. C’è chi vuole spostare il traguardo sulla Piana, tra il villaggio rosa e il parcheggio, cento (o poco più) metri dopo che il serpentone mette il naso fuori dalla galleria di Serralunga. Un arrivo da velocisti a 1.500 metri? Fin dalla partenza di Castel di Sangro, segnata dall’entusiasmo della gente lungo le strade, serpeggia un certo malumore per quel traguardo sullo sterrato che sembra non convincere tutti. Che alcune squadre abbiano paura di prendere distacchi enormi, che sia una questione di sicurezza, che siano le previsioni del tempo (se lo sterrato s’inzuppa bene, se grandina, chi tirerà via le ruote dal fango?) o altro, fatto sta che all’arrivo c’è fibrillazione, e tanta, fino a metà mattinata. Poi la decisione finale dopo l’ultimo vertice: resta tutto com’è.
ATTACCHI E CONTRATTACCHI. La tappa, pur essendo dura, comincia con tanti attacchi a ritmi folli nelle prime due ore di corsa, e più volte spuntano fuori i gruppetti senza però guadagnare un gran margine. Su Passo Godi colpo di scena, con la Bahrain-Victorious all’attacco con l’uomo di classifica Damiano Caruso supportato da Mader e Mohoric. Ma proprio lo sloveno, in discesa, cade di brutto, riportando un grosso spavento e un trauma cranico. Poi l’attacco, che pare quello giusto, di 17 corridori, dai quali nel finale evadono il francese Geoffrey Bouchard e l’olandese Keon Bouwman. Guadagnata una trentina di secondi di vantaggio sulla concorrenza, sembra che la lotta per la vittoria di tappa sia roba loro. Invece lo sterrato fa un’altra selezione. Bernal rinviene, eccome. La maglia rosa Attila Valter va in difficoltà e all’arrivo accusa 49 secondi. Gli unici che provano a tenere lo scatenato colombiano sono Giulio Ciccone, il russo Aleksandr Vlasov e il belga Remco Evenepoel, che tagliano il traguardo in quest’ordine contenendo il distacco tra 7 e 10 secondi. Il tricolore, oggi, è quello colombiano.
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