Boni lascia a 56 anni: Roseto e Teramo tra gli anni più belli

SuperMario si arrende al dolore all’anca: «La maglia azzurra unico rimpianto, ma ho fatto quello che sognavo»
ROSETO. Mario Boni, per gli amici “Mitraglia” o “SuperMario”, stavolta ha detto basta per davvero.
A 56 anni per fermarla c’è voluta un’anca ballerina?
«Ho smesso per un dolore all'anca sempre più insistente che non mi faceva divertire più».
Una vita passata a sforacchiar canestri, facendo fumare le retine di mezzo mondo, per una carriera lunga come un libro di tanti capitoli. Iniziamo a raccontarla da Montecatini?
«9 anni spettacolari partendo dalla serie B fino in serie A, dove ho vinto la classifica dei cannonieri nel 1993 e nel 1994. Ero puro furore agonistico».
Dopo un’avventura negli States nell'allora CBA, nel 1996 va in Grecia e in un paio di stagioni all’Aris Salonicco vince la Coppa Korac e quella di Grecia diventando l’idolo dei tifosi. Un giornale titolò ‘Il Dio dell’Aris’ con la sua foto e la Korac in mano.
«Un posto perfetto per me, che mi trasmetteva carica, mi sentivo invincibile su quel parquet».
Poi ancora un po’ di Italia, poi Spagna e nel 2000 l’intuizione di Martinelli di portarla a Roseto per rimpiazzare l’infortunato Moretti.
«Lì ho ritrovato gli stimoli provati in Toscana e in Grecia. Più i tifosi spingevano, più facevo canestro».
Subito promozione in serie A, che nel 2002 bissa portandoci anche il Teramo.
«Altra avventura fantastica sotto tutti i punti di vista, ecco perché mi sento così legato all'Abruzzo».
Da lì altre avventure scendendo nelle minors, sempre continuando a segnare a raffica. La chicca è che nel 2017 gioca insieme a Giacomo, suo figlio.
«Un anno e mezzo insieme, in un mix di emozioni e divertimento. Un sogno realizzato».
Nel frattempo ci sono state altre attività.
«Ho fatto il commentatore tv per 8 anni, ho organizzato i mondiali FIMBA MaxiBasket in Toscana (vincendoli da mattatore nella categoria over 50, ndc), e da qualche anno sono il vice presidente dell’associazione giocatori, la Giba, il cui presidente è pure lui abruzzese, Alessandro Marzoli».
A proposito, qual è la vostra posizione in merito alla situazione attuale?
«Speriamo nel completamento della stagione, con qualunque mezzo, anche modificando le formule. So di società che invece chiedono la cancellazione con congelamento di retrocessioni e verdetti vari, che di solito sono quelle in maggiori difficoltà. Noi invece diciamo che va fatto qualunque tentativo possibile, e non ci tireremo indietro».
E’ il giocatore italiano che ha segnato più di tutti, superando quota 20 mila punti.
«Ma quelli sono i punti segnati solo nei campionati Fip, mancano i canestri fatti all'estero!».
Fine carriera, tempo di bilanci. Che cosa è servito di più: avere una grande mano, o esser stato un grande agonista?
«Serve un po’ tutto, io ad esempio nel tempo ho modificato il gioco pur di segnare: prima ero più potente ad andare vicino al canestro, poi ho messo su anche un ottimo tiro da 3».
La partita indimenticabile?
«Troppe. Meglio mettere tra i bei ricordi certe soddisfazioni come le promozioni di Montecatini, Roseto e Teramo. E le due coppe greche».
E allora qual è stata la delusione più grande?
«Aver giocato solo un’amichevole in maglia azzurra nonostante fossi nel mio ruolo il più forte in quegli anni. So che coach Messina ha dichiarato di avere il rimpianto di non avermi dato più spazio, mi consolo con una carriera longeva».
Il più bel ricordo di Roseto?
«Il primo anno in serie A: Gilmore, Attruia, Boni, Guarasci e Lockart: un quintetto super, conquistammo le finali di coppa Italia e ai play off ci fermò solo la Virtus Bologna del Grande Slam».
E il ricordo più bello di Teramo?
«Finale play off, gara 5 contro Messina. In tribuna la scritta ‘ConquistiAmola’. Vincemmo”.
L’avversario più difficile?
«Basile e Rigaudeau, giocatori difficili da battere negli uno contro uno».
Giocatore preferito?
«Drazen Petrovic è stato il mio ideale: istrionico, irridente ma faceva canestro come nessuno. Come italiano Antonello Riva».
Allenatore preferito?
«Cacco Benvenuti e Massimo Masini che mi hanno cresciuto quand'ero solo un giocatore da plasmare col carattere difficile».
La situazione più strana in carriera?
«In Spagna perché pensavano di avermi preso per la difesa: si capì subito che la strada sarebbe stata più difficile del previsto».
Da piccolo voleva diventare...
«Un giocatore di basket, ho fatto quel che sognavo».
Marco Rapone
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