C’è la crisi, club in affanno e i tifosi sono disorientati

15 Luglio 2016

Gli imprenditori scappano dal calcio (e non solo) tra attese e illusioni

Sono amareggiati e disorientati. Sono vittime e, involontariamente, carnefici di un mondo, quello dello sport, che risente della crisi economica che attanaglia il Paese, e l’Abruzzo in particolare. Sono i tifosi. Quelli della Virtus Lanciano, dell’Aquila, del Chieti e di altre realtà sportive, non solo calcistiche. Da una parte i soldi, che non ci sono. Dall’altra i rapporti tesi tra dirigenti che acuiscono le problematiche. Sullo sfondo realtà imprenditoriali ed economiche in difficoltà. Anche aziende in crisi con posti di lavoro a rischio. Un quadro che si ripercuote, inevitabilmente, sullo sport.

Non ci sono soldi, indispensabili per alimentare i sogni dei tifosi. Probabilmente, non c’è nemmeno un livello di preparazione nella gestione delle società sportive. I tifosi vogliono vincere. Sempre, o quasi. E quando non ci riescono se la prendono con i dirigenti che mettono soldi. Gli stessi dirigenti che al danno aggiungono la beffa: tirano fuori i soldi e vengono contestati perché i risultati non sono lusinghieri. Tifosi vittime della crisi economica e, al tempo stesso, involontari carnefici di una classe imprenditoriale prestata al mondo dello sport. Disorientati e amareggiati, quindi scatta la giornata dell’orgoglio: ieri a Lanciano e oggi a Chieti.

Di solito la passione degli sportivi è più tutelata quando al timone ci sono operatori economici del posto. A Lanciano l’eccezione che conferma la regola. C’è la prospettiva di passare dagli stadi di serie B a quelli dei dilettanti. Il disimpegno della famiglia Maio ha lasciato di stucco, ma la decisione di non iscrivere la Virtus alla Lega Pro è anche figlia dei problemi delle aziende. Che poi la dirigenza abbia sbagliato a porsi al cospetto della città e che certi atteggiamenti dei rampolli non siano mai piaciuti al popolo frentano è un altro discorso. Non è mai stato vero amore. Ma se la Virtus cessa l’attività è perché l’attività nel settore dei rifiuti speciali dei Maio non produce più gli utili di un tempo. E comunque la gestione della squadra di calcio non è stata lungimirante ed efficace.

Anche a Chieti l’imprenditore locale è stato costretto a lasciare. È accaduto la scorsa estate quando Walter Bellia ha messo il club nelle mani di Giorgio Pomponi. In un anno promesse e proclami che inevitabilmente gli si sono ritorti contro. Si è fatto terra bruciata attorno il patron romano. Il copione è il solito: “Questa piazza merita di più, vinceremo, andremo in serie B”. E ancora parole al vento.

All’Aquila la società c’è. Ma la retrocessione tra i dilettanti è la risultanza di una gestione infarcita di errori. E di liti. L’ingresso di Iannini sembrava cosa fatta, agiva già da dirigente, ma in società non è mai entrato. Ha messo dei soldi, certo, ma il sodalizio con Chiodi e Mancini non è andato a buon fine. I problemi sono venuti a galla un anno fa, con l’inchiesta Dirty Soccer, ma hanno radici più lontane. Essere degli imprenditori di successo non significa fare bene nel calcio. All’Aquila sono mancati un progetto a medio-lunga scadenza e una struttura dirigenziale all’altezza. Vivere alla giornata non funziona nel calcio, tanto più assecondare gli umori della piazza. La stessa speranza di rifare la Lega Pro, dopo la retrocessione di maggio, non sembra suffragata dalle norme federali che, al contrario, spengono ogni illusione. L’ha detto Tavecchio a Cialente. E lo ha ribadito Gravina, presidente della Lega Pro.

A Giulianova il lento declino prosegue. È iniziato con la fine dei fasti della gestione Quartiglia; la parentesi D’Agostino con la promozione in Prima divisione è servita ad attutire il colpo. Ma con il passare del tempo i nodi sono venuti al pettine. E ora il calcio cittadino naviga in Promozione, alimentato da un imprenditore marchigiano.

La realtà. A Teramo, dopo la scomparsa della serie A di basket, c’è stata l’ascesa del calcio. Dai dilettanti fino alla serie B, persa per illecito sportivo. Negli anni la gestione Campitelli si è consolidata. Uno scivolone clamoroso, il caso Savona-Teramo costato la promozione in B, ma ogni fine stagione è comunque Luciano Campitelli a staccare l’assegno per far pareggiare i conti. Un uomo solo al comando.

L’isola felice. A Vasto la depressione sembra essere acqua passata. È bastata la scintilla-Bolami per riaccendere l’entusiasmo. E la promozione in serie D è stata solo una conseguenza della passione che può esprimere una piazza storica del calcio abruzzese.

Gli altri sport. L’affanno non riguarda solo il calcio. I fasti della palla ovale all’Aquila sono solo un ricordo. Nel 2012 il sindaco Massimo Cialente pronosticò lo scudetto in tre anni per i neroverdi, convinto com’era di aver risolto i problemi economici del club con l’ingresso di nuovi soci. E, invece, non solo il tricolore non è tornato nel capoluogo di regione, ma i neroverdi hanno fatto in tempo a collezionare due retrocessioni. A Chieti la pallacanestro è nelle mani di Gianni Di Cosmo, alla sua passione per la palla a spicchi e alla sua capacità di coagulare risorse economiche attorno alla sua creatura. A Roseto il patron Di Sante sembra essersi stufato. Il suo coinvolgimento non sarà quello del passato. E così si è tornati a parlare di azionariato popolare in una piazza che ha fatto la storia della pallacanestro abruzzese. Nella pallavolo la massima espressione regionale è la Sieco Impavida Ortona, ovvero la famiglia Lanci. Che ogni anno mette a disposizione un budget per l’attività che va dalla prima squadra alle giovanili. Va avanti con un progetto indipendentemente dagli umori della piazza.

Nel calcio a 5 le tre cugine della serie A sono tornate ad essere due, perché il Montesilvano non si è iscritto. Resistono l’Acqua&Sapone della famiglia Barbarossa e il Pescara della famiglia Iannascoli. Resistono ad alti livelli da anni, anche loro esempi di buona gestione a livello sportivo.

@roccocoletti1

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