Cappellacci: io in panchina bocciato da questo calcio
Era da tutti considerato un predestinato in panchina. Le sue squadre esprimevano un buon calcio, riuscendo a coniugare risultati e divertimento. Oggi, a 51 anni, Roberto Cappellacci è finito un po’...
Era da tutti considerato un predestinato in panchina. Le sue squadre esprimevano un buon calcio, riuscendo a coniugare risultati e divertimento. Oggi, a 51 anni, Roberto Cappellacci è finito un po’ ai margini. Nell’ultima stagione ha allenato nell’Eccellenza marchigiana, il Ciabbino. E ora è nella sua Tortoreto dove gestisce un’attività commerciale.
Cappellacci, come mai si è perso per strada?
«Credo che nel calcio, così come in altri campi della vita, non basti una sola qualità per affermarsi. Devi essere completo. Evidentemente, mi è mancato qualcosa. Tutti mi hanno riempito di complimenti nel corso degli anni, forse troppi, forse immeritati. Ma la verità è che se non sono rimasto a certi livelli è perché non sono stato capace. Ognuno ha quel che si merita e io ho la fierezza di rendermene conto a differenza di altri».
Ha rinunciato ad allenare?
«Questo no, perché il calcio è il mio mondo e continuo a seguirlo. Ma ora non ci penso, la mia mente è rivolta all’attività di ristorazione, perché, diciamocelo francamente, o fai calcio a certi livelli oppure non ne vale la pena».
Pentito di qualche scelta fatta in passato?
«No, perché le ho fatte sempre di testa mia. Detesto malafede e furbizia. Certe situazioni mi irrigidiscono e non so gestirle. Divento nervoso. E, purtroppo, certe situazioni sono all’ordine del giorno».
Certe situazioni quali?
«Quelle che si sviluppano quotidianamente nelle società di calcio. Non è facile mettere d’accordo presidente, direttore sportivo e procuratori. Uno solo vince e tutti gli altri perdono. E certe volte non basta nemmeno vincere per un allenatore».
Ha parlato di idea di calcio.
«Mi piacciono le squadre che propongono gioco. Adoro Pep Guardiola, il suo modo di fare calcio. Per me il calcio è tecnica e quando alleno mi piace il fraseggio corto. Insomma, una squadra che gioca bene al calcio e faccia divertire la gente. Questo non sempre riesce, perché alla base di tutto c’è la qualità del giocatore. Che non sempre è adeguata alle aspettative».
Tornerebbe in panchina?
«Con un progetto serio sì».
Gli anni alla guida del Teramo, dal 2011 al 2013?
«Per me rappresentano un’incompiuta, nel senso che potevo andare avanti e proseguire il ciclo iniziato dalla serie D».
Ma è stato lei ad andare via?
«Mi sentivo di troppo. Si faceva fatica ad andare d’accordo e quindi decisi di togliere il disturbo».
Lei è stato allenatore in petcore del Siena in serie A nel 2009.
«Chiacchiere, di fatto non mi sono mai seduto su quella panchina».
La svolta della sua carriera?
«A Campobasso, nel 2015, in serie D. Sono stato un paio di mesi, dopodiché ho capito che forse era meglio abbandonare certi sogni di gloria».
Gli anni più belli in panchina?
«Alla Valle del Giovenco, dove vincemmo e sfiorammo anche la promozione in C1. E poi quelli alla Santegidiese».
La serie C come è cambiata nel tempo?
«Rispetto al passato circolano meno soldi, storia nota. E, chiaramente, quando vai a costruire una squadra devi tener conto di questo. Però, voglio andare controcorrente e dire che i calciatori di serie C di oggi secondo me sono più forti di quelli del passato, perché sono più completi. Non hanno una qualità e poi perfezionano il bagaglio tecnico. Sanno fare un po’ di tutto rispetto ai miei tempi. La differenza sta nelle aspettative. Un tempo il ragazzo cresceva divertendosi, oggi a 17 anni hai già il procuratore e le pressioni sono alte. Non sei nemmeno maggiorenne e le aspettative rischiano di soffocarti. E poi un altro particolare. Tanti anni fa i club di A e B attingevano dal serbatoio della C e della D. Oggi no, preferiscono andare a prendere ragazzi all’estero piuttosto che scommettere su calciatori delle serie inferiori».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

