Chieti, trionfo di un gruppo di matti

16 Maggio 2019

Promozione ai play off in C1 con una squadra partita senza ambizioni che stava bene insieme

CHIETI. Era il 17 giugno del 2001. Faceva molto caldo in campo e sugli spalti dello stadio Angelini, colorati da oltre seimila spettatori. Chieti e Teramo si giocavano la promozione in serie C1 e, dopo dieci minuti di gioco, Fabio Grosso, che ancora non sapeva di diventare, cinque anni dopo, un eroe nazionale, si presentò dalla bandierina per un calcio d’angolo. Parabola perfetta e, come da schema, arriva da lontano quello spilungone di Nazario Pignotti per una inzuccata che muove la rete. Lo stadio esplode, anche se per il lieto fine ci sono altri ottanta e passa minuti da soffrire a margine di una stagione da incorniciare. Ma la storia è bene raccontarla dall’inizio. Una storia che ha come protagonista il tecnico Gabriele Morganti: «Avevo giocato diverse stagioni in neroverde, capitano della squadra che, dieci anni prima, aveva raggiunto la C1. Poi, da direttore sportivo, per una stagione, bella anche se sofferta, ero tornato a Chieti. Volentieri, come sempre. Le prime buone esperienze, da allenatore, sulla panchina del Senigallia e il presidente Antonio Buccilli pensò di affidarmi la squadra. Contattai diversi giocatori che conoscevo, altri li portò il diesse Mauro Traini, parlai a lungo con quelli che erano rimasti come Musarra, Grosso, De Matteis e Battisti». Nacque un gruppo all’insegna delle motivazioni, della voglia di riscatto da parte dei vari Drago, Bolla e Coppola che venivano da stagioni non proprio positive. «Reduce da un infortunio, pensavo di essere ceduto», spiega Alessandro Battisti. «Mi presentai in ritiro sovrappeso, con i capelli lunghi e in tenuta balneare. Morganti, un po’ perplesso, chiese chi fossi per poi affidarmi subito la fascia di capitano. Capii che c’era qualcosa di particolare. E mi tuffai con entusiasmo e voglia di far bene in un gruppo di scapestrati che cominciava pian piano a conquistare la città». E non solo attraverso i risultati. Il feeling era partito e il Chieti veleggiava comunque nelle zone alte della classifica. «Vincemmo un derby a Teramo acquistando sempre maggiore convinzione», ricorda Morganti, «e si faceva spesso risultato in trasferta grazie ad una grande difesa e alle prodezze del giovane portiere Santoni che parò ben sei calci di rigore». Il gruppo, in ogni caso, esprimeva fiducia. Più che ricambiata. Cominciò a prender quota Grosso, puntuale all’appuntamento con il gol Aquino, centrocampo imperniato sull’asse Bolla-Coppola, il Rimini sembrava favorito, ma, chissà perchè, in quella gaia brigata, capace di fare le ore piccole, tutti insieme, tra locali e ristoranti della zona, i tifosi credevano in maniera incondizionata. «Li lasciavo fare, perché in allenamento si impegnavano al massimo e la domenica era bello vederli giocare», continua Morganti, «mettendo in pratica tutto quello che avevamo preparato in settimana». Magari dopo “grigliata e vino” nel giardino della casa di Massimo Drago. «In pullman, era la trasferta di Russi, da buon capitano, provai a rimproverare qualche compagno di squadra per alcuni comportamenti sopra le righe. Nessuno mi prese sul serio, forse nemmeno io», ricorda sorridendo Battisti. A Russi si vinse con un gol nella nebbia del piccolo Padolecchia e un seguito di tifosi sempre più numeroso, i risultati arrivavano mentre il Rimini perdeva qualche colpo e si faceva strada il Lanciano di Castori. Fatali ai neroverdy entrambi i derby con la formazione frentana che conquistò, nella gara di ritorno, un importante successo grazie ad una clamorosa autorete di Santoni. Momento difficile. Ma il gruppo sa come venirne fuori, confortato dalla serenità del tecnico, dalla fiducia della società e dal sostegno appassionato dell’ambiente. Sul finire di stagione, trasferta sotto la pioggia al Comunale di Firenze contro la Rondinella. «Entrando in campo», continua Morganti, «sentii un coro che i tifosi mi avevano dedicato. Indimenticabile, forse il momento più bello della mia carriera di allenatore. Non potevamo deluderli, vincemmo e chiudemmo la stagione primi in classifica a pari punti con il Lanciano che aveva dalla sua i risultati nei confronti diretti». Delusione. Bisogna passare dai play off e si teme un contraccolpo psicologico. Macchè. Grande partita a Prato dove però non si va oltre il pari con un rigore conquistato e trasformato da Grosso. «Il mister si disse sicuro che avrebbe segnato», ricorda Battisti, «perché lo riteneva capace di mantenere sempre la giusta concentrazione. Sia in amichevole che, magari, in una finale mondiale. Ero in tribuna a Berlino e, quando Fabio si incamminò versò il portiere francese Barthez, già esultavo». Senza storia la gara di ritorno con il Prato, finale con il Teramo e gol di Sanguinetti in trasferta al quale seguì un’altra clamorosa incertezza di Santoni. Parità. I giochi si chiuderanno all’Angelini e in settimana si fece strada l’ipotesi di mandare tra i pali l’esperto Musarra. Morganti ci pensò, ma poi decise di dare ancora fiducia a Santoni: «Che nell’assalto finale dei teramani neutralizzò una botta di Mirtay e andò a togliere dall’incrocio una insidiosa conclusione, a pochi minuti dal termine, di Di Serafino». E’ davvero finita. Il Chieti è in C1 e c’è solo spazio per la “festa degli scapestrati” con il segreto di tutta la stagione racchiuso nel commento, a fine gara, dello stesso Battisti: «E’ andata nel migliore dei modi. Sì, perché se il Lanciano non avesse vinto in trasferta all’ultima giornata con il Castelnuovo Garfagnana saremmo stati promossi un mese fa, perdendo l’occasione di stare insieme qualche altra settimana».
Giuseppe Rendine
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