Ciofani non ha dubbi: «Per la serie A c’è anche il Pescara»

18 Novembre 2018

Il 30enne marsicano: «Il secondo posto non è casuale Il ko di Palermo è alle spalle, ripartiremo contro l’Ascoli»

PESCARA. Una sorta di figliol prodigo, tornato a Pescara dopo la lunga esperienza nel settore giovanile. A distanza di dieci anni, Matteo Ciofani, marsicano di Cerchio, veste di nuovo la maglia biancazzurra. Ha trovato una città cambiata («è cresciuta molto ed è più bella») e conservato la stessa voglia di sacrificarsi per raggiungerei suoi obiettivi. Una forza interiore trasmessa da suo padre, Tonino, che ha fatto innamorare del pallone Matteo e Daniel, l’attaccante del Frosinone che ha tre anni in più del difensore del Delfino. In Ciociaria, Matteo ha lasciato un pezzo di cuore e i ricordi di tanti successi. Tre promozioni, una in B e due in A, la categoria che spera di riabbracciare con il Pescara. La favola dei fratelli Ciofani nasce anche grazie una porta da calcio piazzata nel giardino di casa, un regalo di Natale di papà Tonino e mamma Emilia. È il 25 dicembre del 1995, Matteo ha sette anni, Daniel dieci. In pochi minuti spunta una palla, Matteo fa i cross e Daniel la mette dentro. A distanza di tanto tempo, il terzino del Pescara si racconta al Centro ripercorrendo il suo lungo viaggio iniziato da bambino sui campi della Marsica.
Ciofani, in B c’è la sosta. Ne approfittiamo per tracciare un bilancio.
«Direi ottimo. Abbiamo ottenuto tanti risultati positivi esprimendo spesso un buon calcio. Peccato per la sconfitta di Palermo che è stata brutta solo per le dimensioni. In fondo siamo stati capaci di tenere testa a un avversario fortissimo fino a pochi minuti dal termine. Il ko non ha lasciato nessuno strascico. Ripartiamo nella convinzione di poter continuare a stare in alto».
Dodici partite, 22 punti e secondo posto. Dove potrà arrivare il Pescara?
«Lotterà fino alla fine per le prime posizioni. Non siamo secondi in classifica per caso. Certo, ci sono squadre più attrezzate di noi, ad esempio Palermo, Verona, Benevento e lo stesso Crotone, che è un po’ indietro, ma le promozioni non si conquistano solo con i soldi o il blasone».
Domenica prossima all’Adriatico la sua sfida da ex contro l’Ascoli.
«Sì, ho giocato nelle Marche quando c’era Pillon. Mi sono trovato bene e ho un bel ricordo. Domenica dovremo stare attenti perché l’Ascoli ha un allenatore che fa giocare bene le proprie squadre. Vivarini è molto bravo ei bianconeri sono una mina vagante del campionato».
Lei ha vinto due volte la B con il Frosinone. Qual è stato il segreto?
«I valori tecnici sono importanti, ma è la forza del gruppo a fare la differenza. Nel 2014-15 gli addetti ai lavori relegavano il Frosinone nelle ultime posizioni della griglia di partenza, invece siamo saliti in serie A in compagnia di un’altra neopromossa dalla C, il Carpi. Per fare bene in B bisogna trovare un’alchimia giusta sotto tanti aspetti, ma vi confesso che questo Pescara mi ricorda tanto quel Frosinone di Roberto Stellone. Le individualità ti fanno vincere una partita, ma per raggiungere il traguardo serve il collettivo».
A proposito di Stellone, cosa ci dice sul tecnico del Palermo?
«Dopo la promozione ha premuto molto affinché quel gruppo potesse proseguire l’avventura in serie A. Credevo dovessi andare via, invece mi è stata data una grande opportunità e non finirò mai di ringraziare Stellone, oltre che il presidente Stirpe. È un allenatore che sa come prendere i giocatori, li difende sempre e si fa voler bene. Ho avuto un ottimo rapporto con lui. Il suo Palermo? È una corazzata e ha uno strapotere fisico impressionante, una struttura da A».
Il Pescara ha mostrato finora varie versioni. Preferisce quella attendista o spregiudicata?
«Attendista. Quella visto con il Lecce, quando siamo stati abili a rubare palla e a ripartire con giocatori di qualità e veloci».
Tra i suoi compagni c’è qualcuno che l’ha impressionata?
«Brugman. È un calciatore di altissimo livello. Anche Mancuso mi piace, è un attaccante atipico ma quando può muoversi vicino alla porta sa essere letale. Poi dico Marras per la grinta».
Campagnaro è il vostro leader?
«Hugo trasmette tranquillità. Ha un grande carisma ed è un punto di riferimento».
Come ha ritrovato Pillon?
«Non è affatto cambiato. È un gran lavoratore e un ottimo tecnico. Quando entriamo in campo sappiamo sempre quello che dobbiamo fare. Poi è schietto, non è una persona costruita, quando fa una scelta non ha secondi fini. Se ci dice la formazione? A grandi linee si capisce chi gioca durante la settimana, poi possono esserci dei ballottaggi. Ad esempio a Palermo ho saputo di dover scendere in campo solo qualche ora prima del fischio d’inizio».
Lei, Del Grosso e Balzano per due posti.
«C’è una sana concorrenza e grande rispetto tra noi. Del Grosso e Balzano sono calciatori con un curriculum prestigioso. Balzano è molto zemaniano. Spinge sempre, mentre io sono più difensivo, meno appariscente, anche se nella scorsa stagione ho fatto l’esterno in una difesa a cinque e dovevo dare una mano davanti. Ho dato un buon contributo segnando anche tre gol».
Il Pescara dove deve migliorare?
«Bisogna chiudere le gare. Qualche volta siamo stati poco cinici rischiando di compromettere il risultato, ad esempio contro il Lecce».
Che città ha trovato rispetto a dieci anni fa?
«Pescara è cresciuta molto ed è ancora più bella. Sono arrivato qui grazie a Cetteo Di Mascio e ho fatto tutta la trafila nelle giovanili. Poi c’è stata la crisi societaria e sono andato via. Ora, per fortuna, sono tornato».
Che idea si è fatto sulla tifoseria pescarese?
«All’inizio c’era scetticismo, ma pian piano si è ricreato l’entusiasmo e la passione dei tifosi comincia a farsi sentire. Tocca a noi conservarla»
Vive a Montesilvano, ma ha ancora casa a Cerchio ed è legato molto alla Marsica.
«Sì, lì ci sono le mie radici. Purtroppo la zona è rimasta un po’ arretrata, ad esempio a Cerchio Internet funziona a singhiozzo. Ed è una cosa che mi fa imbestialire».
Lei, sua moglie Cecilia e il piccolo Leonardo. Come se la cava con i pannolini?
«Bene. Cerco di dare una mano a mia moglie, non è facile passare tutto il giorno insieme a un bimbo, perciò quando posso le do il cambio per farla uscire un po’».
Quasi 200 gare in B e 18 in A. Chi si sente di ringraziare?
«Prima di tutti mio padre perché, oltre alla passione, ha insegnato a me e mio fratello la perseveranza invogliandoci a dare sempre il massimo. Il senso di responsabilità che avevamo da bambini ha accompagnato la crescita mia e di Daniel».
In futuro resterà nel mondo del calcio?
«Oggi dico no. Tempo fa ho pensato di poter diventare allenatore, ma non amo i compromessi e non sono uno yes man. Ne riparleremo tra qualche anno, prima devo togliermi altre soddisfazioni in campo».
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