Così lo stadio Adriatico scoprì il calcio spettacolo

3 Luglio 2017

Quanti eravamo quel giorno a Bologna? Trentamila? Quarantamila? Sì, una marea biancoazzurra, l’esodo di una città che sognava la sua prima serie A. Quarant’anni dopo l’emozione è la stessa nel...

Quanti eravamo quel giorno a Bologna? Trentamila? Quarantamila? Sì, una marea biancoazzurra, l’esodo di una città che sognava la sua prima serie A. Quarant’anni dopo l’emozione è la stessa nel ricordare un’impresa che non aveva precedenti, lo 0-0 più bello ed entusiasmante che premiava comunque la squadra che aveva chiuso la stagione col miglior attacco. Quella squadra-spettacolo, per la verità, avrebbe dovuto allenarla Giovanni Trapattoni. A metà aprile del ’75, a Bergamo, alla vigilia di Atalanta-Pescara, Attilio Taraborrelli, che era un po’ la mente della dirigenza, si era incontrato col tecnico, allora alla prima esperienza in panchina col Milan in tandem con Nereo Rocco direttore tecnico, trovando in fretta l’accordo. Fui l’unico a riportare la notizia, furioso il presidente Capacchietti che era all’oscuro di tutto, con le polemiche arrivò ovviamente anche la scontata smentita. Venti anni dopo, proprio Trapattoni, in un’intervista a Panorama, confermò invece che era tutto vero e che aveva rinunciato alla panchina biancoazzurra dopo la telefonata di Boniperti che lo voleva alla Juve.
Il divorzio con Tom Rosati fu comunque sancito a fine stagione, proprio da Bergamo arrivò Giancarlo Cadè. Un tecnico che aveva vinto campionati con il Mantova e la Reggiana e che nel ’73, alla guida del Verona, aveva scucito lo scudetto dalle maglie di Milan di Rivera con un clamoroso 5-3 all’ultima giornata. Le sue squadre giocavano un buon calcio, un precursore per quegli anni. Una sorta di 4-4-2, zona in difesa e a centrocampo, corsa e collettivo, inserimenti sulle fasce per rendere più efficace la fase offensiva. L’organico era in gran parte quello costruito da Tom Rosati, tra i pochi arrivi il difensore Mosti dal Genoa, il portiere Giacomi dal Verona, Cesati e Galbiati dalla Primavera dell’Inter e una scommessa, Angelo Orazi, reduce da infortuni che sembravano avergli bloccato la carriera. Il tecnico aveva rinunciato invece a Daolio, centrocampista dai piedi buoni che a Pescara chiamavano il professore. E così dopo la prima uscita estiva tutt’altro che brillante contro una squadra dilettanti gli chiesi se il suo Pescara non avesse bisogno di un regista: «Non dobbiamo mica girare un film» fu la sua secca risposta.
Il regista per la verità era proprio lui, Cadè, che cominciò subito a costruire il suo film, montando e rimontando ogni scena, con pazienza e felici intuizioni, tirando fuori il meglio dagli interpreti che aveva scelto fino a realizzare un piccolo capolavoro. Un ruolo-chiave lo assegnò proprio ad Orazi. Doveva essere lui a coprire la difesa e a dettare i tempi per la ripartenza con la preziosissima collaborazione di Repetto che lo affiancava in mezzo al campo. Sulla destra le percussioni di Zucchini erano devastanti, a sinistra, per aggiungere qualità e fosforo, riecco Nobili, dopo tre giornate in castigo, peraltro senza gol e senza vittoria. Cadè gli aveva preferito inizialmente Santucci, l’esordio contro l’Ascoli, con assist per il gol di testa di Zucchini (un classico) e rigore vincente nel finale. C’è qualche problema in attacco, con Prunecchi che non si sblocca e Cesati che non decolla, a fine ottobre arrivano Di Michele, pescarese di ritorno da Giulianova, e lo stagionato La Rosa, due anni prima capocannoniere in B con il Palermo. Segnano in fretta tutti e due, è un altro passo avanti, per rendere il film perfetto basta trovare un altro attore protagonista, e Cadè azzecca anche quest’ultima mossa. All’inizio di novembre, al ritorno da Brescia, Di Somma viene ricoverato d’urgenza in ospedale per essere operato di appendicite. Per il ruolo di libero il tecnico si affida all’esperienza di Mancin ma un mese più tardi, a Como, ecco la svolta. Dopo appena un quarto d’ora il tecnico piazza Galbiati libero davanti alla difesa, un’altra mossa azzeccata che fa salire ulteriormente la qualità della squadra. Senso tattico e piedi buoni, di fatto un centrocampista in più quando c’è da attaccare, il Pescara comincia a volare. Segna La Rosa, che affossa pure il mago Herrera che allena il Rimini, Mosti fa doppietta contro il Cagliari, Repetto vola in contropiede a Vicenza mettendo ko la capolista, si sblocca finalmente Prunecchi che dopo il gol col Lecce fa doppietta contro il Palermo. Sei vittorie di fila, è iniziata la fuga per la vittoria in una partita a cinque che promette un finale scintillante. E la carica in più gliela dà Armando Caldora, presidente per caso che è entrato in fretta nel cuore dei tifosi e pure dei giocatori. Dopo ogni vittoria arriva nello spogliatoio e promette premi doppi, facendo imbestialire gli altri dirigenti, la sua simpatia e il suo candore conquistano e contagiano tutto l’ambiente. Il 9 marzo, però, la morte di Giacomi è un colpo al cuore. Tre giorni dopo il pianto di Prunecchi dopo il gol all’Avellino commuove tutto lo stadio. La squadra reagisce anche a questa mazzata, il finale thrilling promuove il Vicenza, boccia il Monza e apre la porta agli spareggi. Sì, ora è l’apoteosi, una festa che ormai è diventata leggenda.
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