Da Pescara a Schio: 31 titoli per De Angelis

Il dg: «Il movimento ha bisogno di fare sistema per superare la crisi»
PESCARA. Il Famila Schio è la Juventus del basket femminile. Colleziona titoli uno dietro l’altro. E il suo mentore è di Pescara: si chiama Paolo De Angelis, 48 anni, direttore generale del club che vince scudetti e coppe. Ben 31 titoli (10 scudetti, 9 coppe Italia, 11 Supercoppe e una Fiba Europe Cup) da quando De Angelis si è spostato in Veneto, nel 2003, alle dipendenze della famiglia Cestaro, proprietaria di una catena di supermercati. Nel frattempo, è stato anche presidente della Lega Basket femminile ed è tutt’ora consigliere federale della Fip presieduta da Gianni Petrucci. In precedenza è stato anche direttore esecutivo di Eurobasket 2007 e coordinatore esecutivo dei Giochi del Mediterraneo del 2009. Il diploma allo Scientifico Da Vinci di Pescara, poi la laurea in Economia e commercio, sempre a Pescara, il corso ad Atri in Diritto ed economia dello sport, infine un master in sport e gestione all’Ese.
De Angelis, come è arrivato a Schio?
«Colpa», risponde con un sorriso, «di Nicoletta Caselin, una giocatrice di basket che è stata per una vita a Schio tranne due parentesi, una a Parma e l’altra a Chieti, con il Cus, quando ero in società. Caselin arrivò rotta a Chieti, si operò. E iniziò a giocare a febbraio. Durante una riunione a Roma con il presidente del Cus Di Marco e quello dello Schio Cestaro, Di Marco la butta lì: “Cestaro, prendi De Angelis alla Famila, è bravo”. E Cestaro, nel 2002, dopo le verifiche del caso prese De Angelis».
Perché?
«Aveva bisogno di qualcuno che gestisse la squadra di basket visto che lui era troppo impegnato con le aziende. E così nacque questo matrimonio. Che va avanti perché nel tempo si è creata la chimica giusta».
C’è poca visibilità attorno alla pallacanestro femminile.
«Eppure è bella. Il nostro Paese snobba gli sport di squadra al femminile, sbagliando, perché sono bellissimi. Dico una bestemmia, l’altra sera ho visto Milano-Cremona maschile, mica tutta questa differenza con l’Eurolega femminile! Anzi…».
Addirittura!
«Dirò di più. Le donne ci mettono maggiore abnegazione e tattica. Gli uomini sono convinti di risolvere ogni problema con il fisico; le donne no e lavorano di più e meglio per arrivare alla soluzione del problema. Negli allenamenti ci mettono più concentrazione e sono più abili ad applicare le indicazioni tattiche. Mi dispiace che il basket femminile non abbia un grande pubblico al seguito».
La A femminile di basket è come il calcio: Schio domina come fa la Juve, non c’è gusto.
«Sì, il parallelo ci sta. E dirò di più. Anche nel nostro mondo Schio quest’anno ha le sue rivali, come la Juve che deve fare i conti con Inter e Lazio. Noi abbiamo Ragusa e Venezia che ci stanno dando del filo da torcere».
Il basket in Italia è in una terra di mezzo, quali prospettive?
«A livello di club si notano dei miglioramenti. Ci sono Armani, Brugnaro e Zanetti che investono nel basket. A mio avviso sta rinascendo un po’ di interesse che si era sopito. E’ il sistema che non funziona».
Che cosa significa?
«Che se una di queste famiglie decide di lasciare, il club crolla. Non c’è un sistema generale in grado di rendere l’attività sostenibile. Anche noi come federazione possiamo fare di più. Dovremmo fare di più. Senza arroccarci su posizioni preistoriche. Qui non è il problema del numero degli stranieri. La società a livello di giovani sta cambiando gusto. A volte anziché fare sport si dedicano all’intrattenimento. Bisogna capire che occorre fare sistema. Invece, ogni componente difende se stessa e il problema resta. Se ognuno pensa per conto suo, per l’appunto, non si fa sistema».
Non solo.
«Certo, mancano i risultati delle nazionali. A livello di pallacanestro femminile giovanile siamo la prima nazione in Europa per quanto riguarda i risultati. Eppure come si cresce ci si perde. Ci si complica la vita. Ecco, bisogna studiare perché non si riescono a replicare a livello seniores i successi giovanili».
Lei a chi deve dire grazie?
«A due persone: a Mario Di Marco, ex presidente del Cus Chieti, e a mia moglie. A Di Marco perché grazie a lui ho intrapreso questa strada che poi è coincisa con una scelta di vita visto che ho scelto di stabilirmi a Schio rinunciando anche ad altre offerte. Il grazie a mia moglie (la signora Moira, ndr) è dovuto perché l’ho costretta a seguirmi in Veneto strappandola alle radici della sua Spoltore».
Il Cus Chieti è stata un’occasione persa?
«Proprio così», replica De Angelis dal 1994 vice presidente Cus, «un’occasione persa. Due sono i fatti: o non è stato capito oppure è stato capito talmente bene che si è deciso di tagliargli le gambe. Non entro nel merito delle varie diatribe, ma noi avevano creato una struttura che gestiva tre squadre in serie A con un settore giovanile spaventoso e permetteva a 6.000 studenti universitari di fare sport. Forse, stavamo prendendo troppo spazio, si sono creati dei dissapori e dei litigi con strascichi arrivati fino a oggi. Ci hanno rimesso la città di Chieti e quelle migliaia di studenti che non possono più fare sport. Un peccato, perché era un progetto all’avanguardia».
Lo sport abruzzese visto da Schio?
«Ricordo che quando ero ragazzo avevamo il Pescara calcio in A, la pallanuoto che vinceva tutto, basket e volley in A. Ogni fine settimana era un problema scegliere l’avvenimento da seguire. Erano gli anni Ottanta, ma anche i Novanta sono stati floridi. Ora invece… Certo, la crisi. Ma mi sembra che il movimento si sia fatto travolgere dalla crisi. E non so fino a che punto è solo una questione di mancanza di risorse economiche. Mi sembra che ci sia anche dell’altro, chessò la mancanza di una cultura sportiva che permetta di fare sistema. Nei momenti di difficoltà ci si divide invece di fare squadra ed ecco i risultati».
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