De Luca: undici anni di A tra passione e sacrifici

«Sbagliai a non far esplellere Camoranesi, giusto il rosso a Sarri»
PESCARA. La bandierina è appesa al chiodo in questa prima estate senza l’assillo della preparazione atletica in vista della nuova stagione. Francesco De Luca, 44 anni, è uscito dai quadri degli assistenti della serie A di calcio. L’anno scorso, dopo dieci stagioni, aveva ottenuto una deroga dall’Aia, una sorta di premio alla carriera. Prima arbitro (dal 1992 al 2005), poi assistente: 24 anni che lui definisce «emozionanti e gratificanti». Quasi un quarto di secolo sui campi di calcio, dalle giovanili fino ai preliminari di Champions League, prima con il fischietto in bocca e poi con la bandierina in mano. Nell’ultima partita, Sassuolo-Inter del maggio scorso, è entrato in campo con il figlio Daniel in braccio e con la figlia Martina al fianco.
De Luca, come sta?
«Libero mentalmente e contento».
Lei lascia e arriva la moviola in campo.
«Non ne so niente, se ne sta parlando in questi giorni a Sportilia dove arbitri e assistenti sono in raduno».
Favorevole alla tecnologia abbinata al calcio?
«Il gol-non gol aiuta, certo che sono favorevole. Penso, però, che la tecnologia debba essere usata per ottenere risposte esatte, non interpretabili. Mi spiego meglio: difficile che possa stabilire se un intervento è da rigore o meno, ma di certo può stabilire se è stato commesso dentro o fuori l’area».
A distanza di anni, qual è l’errore che le viene in mente?
«Gli errori di campo ci stanno. Però, ce n’è uno che potevo evitare. Era una partita della Juve e ci fu una protesta veemente di Camoranesi che mi venne incontro in maniera irruenta. Richiamai l’attenzione dell’arbitro Gervasoni per farlo ammonire. Ma quella era una protesta da rosso. E Collina, allora designatore, me lo fece pesare».
E perché non lo fece espellere?
«Sono stato clemente, non pensavo al momento fosse da rosso».
Esiste il condizionamento psicologico?
«Esiste nell’uomo, non nell’arbitro. E comunque non dipende dalla squadra che vai ad arbitrare, ma, eventualmente, dal contesto».
Ci sono giocatori che creano pressioni su arbitri e assistenti?
«Non adesso. Forse qualche anno fa, c’erano alcuni giocatori che protestano a prescindere al fine di mettere pressione. Ma ora che la tolleranza è pressoché zero non più. E’ una tattica infruttuosa».
Perché?
«Perché l’Aia è diventata più gruppo. C’è maggiore scambio di informazioni e ognuno sa come si comporta questo o quel giocatore e sa come agire di conseguenza».
La Juve di Conte protestava tanto?
«Non più degli altri. Ma di Conte ricordo un aneddoto. Era un Juventus-Catania e i bianconeri vincevano 4-0. Un giocatore sbagliò un movimento e lui dalla panchina se lo mangiò. Al ritorno negli spogliatoi gli feci notare che forse aveva esagerato».
E lui?
«Mi disse che dal primo all’ultimo minuto della partita e dal primo all’ultimo giorno della settimana bisogna essere sempre al massimo».
A proposito di calciatori, Inzaghi protestava a ogni fuorigioco che gli veniva fischiato.
«Beh, con lui ogni fuorigioco segnalato equivaleva a un “vai a quel paese...”. E comunque anche Higuain non scherza in quanto a proteste e lamentele».
A proposito, lei era a Udine quando l’argentino si fece espellere nell’ultima stagione.
«Sì, ero con Irrati di Pistoia che non potè fare a meno di mostrargli il rosso. Io, invece, feci cacciare Sarri».
Perché?
«Per proteste. “Non ci state capendo nulla” gridava rivolto al sottoscritto. In mezzo a 30mila spettatoti puoi non sentirlo la prima o la seconda volta, ma quando te lo grida a mezzo metro...».
Detto degli errori, qualche chiamata difficile andata a buon fine?
«In un Lecce-Inter di qualche anno fa. Feci annullare due gol ai nerazzurri: situazioni difficili, ma le ho azzeccate. E il giorno dopo Paolo Casarin (ex arbitro ed ex designatore, ndr) mi fece i complimenti sul Corriere della Sera. Era un periodo particolare per noi arbitri e quella domenica rappresentò una boccata d’ossigeno».
L’allenatore gentiluomo?
«Donadoni è un signore. Ma anche Spalletti è corretto».
Il giorno più bello della carriera?
«Direi tre. Quello dell’esordio in serie A, nel 2005, un Parma-Cagliari. Poi, il giorno in cui ho fatto un preliminare di Champions League, con Valeri arbitro, a Gerusalemme. E, dulcis in fundo, quello dell’ultima partita, a Reggio Emilia, quando sono entrato in campo con i miei figli. Un’emozione unica».
Rinunce?
«Più che altro le ha fatte la mia famiglia. Io ho fatto dei sacrifici, certo, ma ho seguito la mia passione. Ora spero di ridare qualcosa alla famiglia, a mia moglie, che è un’insegnante di danza, e ai figli».
Tifoso...
«Del Pescara, ovviamente, orgogliosamente biancazzurro e convinto che faremo una bella serie A».
Dov’è che ha avuto paura? Su quale campo?
«In serie A e in B da nessuna parte. Nei campionati minori c’è stato qualche episodio caldo. Ad esempio, a San Benedetto del Tronto bloccarono l’autostrada e fecero entrare i tifosi dentro lo stadio per farmi uscire dall’altra parte del campo e tornare a casa. E poi a Marcianise. Uscii a serata inoltrata dallo stadio».
Un amico nel mondo dell’Aia?
«Tanti, ma se devo fare un nome scelgo Mimì Morganti».
@roccocoletti1
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