Di Fabio: «Io e l’Amatori, quanti veleni e rancori»

21 Settembre 2019

L’ex patron: «Troppe divisioni in società, ero mal sopportato ma necessario a livello economico»

PESCARA. Le macerie sono lì davanti agli occhi: rapporti personali compromessi, polemiche, dispetti, bracci di ferro e mezze verità. Dalla festa per la promozione dell’Amatori a oggi è trascorsa un’estate che ha dell’incredibile. La mancata ammissione alla A2 ha fatto crollare un mondo di cartapesta nel momento in cui gli appassionati abruzzesi della palla a spicchi pensavano di potersi godere due squadre in A2 e a Pescara di rivedere uno spettacolo che mancava da 30 anni. E invece no. Sembra di essersi risvegliati da un incubo e ora ci sono tre squadre in C Silver in una piazza corrosa da rancori. Specialmente dopo che Pescara Basket e Pescara 1976, allestita da quei dirigenti dell’Amatori che affiancavano il patron Di Fabio, hanno duellato a lungo per avere una wild card per la serie C Gold che la Fip ha negato a entrambi, dal momento che si rischiava di finire a carte bollate. Adesso si riparte e l’ormai ex patron dell’Amatori promossa in A2 ha voluto dire la sua per «fare un po’ di chiarezza».
Di Fabio, a distanza di mesi è possibile fare chiarezza sulla mancata iscrizione dell’Amatori alla A2?
«L’Amatori si è iscritta rispettando tutte le disposizioni economiche e le prescrizioni. Non è stata ammessa per una venialità documentale che poteva, a mio avviso, essere anche superata. Però, è andata così…».
Concretamente di chi è la colpa?
«Intanto, va rimarcato che non c’è stata alcuna problematica amministrativa, economica o fiscale. Sia ben chiaro. Le responsabilità, probabilmente, andrebbero ascritte a chi ci ha seguito male in passato, a chi ha sottovalutato il problema del presente e a chi poi lo ha mal gestito quando è venuto a galla. Fermo restando che, comunque, il presidente è il primo responsabile in quanto massimo rappresentante della società».
Dopo la mancata iscrizione dell’Amatori che cosa è accaduto, perché vi siete divisi?
«Purtroppo, gli ottimi risultati di questi anni avevano coperto tutte le magagne all’interno della società. Tutti dietro e sopra le spalle di Carlo Di Fabio, questa è l’amara verità. È stato il leit motiv di questi anni che solo ora mi è apparso chiaro e ineludibile, dopo la cocente delusione di questa estate».
Era una divisione che c’era anche prima all’interno dell’Amatori?
«Ero tranquillamente mal sopportato, ma ero necessario per l’aspetto economico, dal momento che coprivo circa l’80% di quelle che erano le esposizioni economiche del club».
Ora ci sono tre squadre di Pescara in C Silver, perché?
«Con tutto il rispetto per Antoniana e la sua attività, l’unica società strutturata per fare pallacanestro a certi livelli è il Pescara Basket presieduto da Luca Di Censo che considero mio fratello per il legame che ci unisce. Se mi sarà possibile lo aiuterò dall’esterno. Gli auguro di fare meglio di quanto non sia riuscito a fare io e, soprattutto, di riportare il basket pescarese laddove merita».
Lei e la pallacanestro?
«Io sono ancora in una fase di pagamento della esposizione debitoria. È vero che non ero il presidente per la federazione, ma lo ero della srl e come tale sto facendo fronte ai debiti, mentre gli altri pseudo-soci pensavano a costituire una nuova società (Pescara 1976, ndr) per ripartire vergini, belli puliti sul piano economico».
Il suo futuro nel basket?
«Nella vita mai dire mai, ma ora a espormi in maniera diretta nel basket no. Penso che anche la piazza non mi abbia dimostrato quello che pensavo di meritare. Ora c’è Di Censo e farò il tifo per lui, augurandogli di svolgere un buon lavoro. Anzi, spero che faccia meglio di me. A febbraio avevo manifestato il mio dispiacere per la situazione che si era venuta a creare, poi i risultati avevano lenito certe sofferenze. Si era ricreato entusiasmo. Però, ero mal sopportato e quindi non si poteva andare avanti insieme. Meglio così».
Questi mesi che cosa le lasciano dentro di sé?
«Delusione e, per certi versi, rabbia. Una delusione personale per i rapporti umani: per anni credo di aver dato tanto e mi rendo conto che non ho ricevuto assolutamente niente. Lasciare è una logica conseguenza di questa amara constatazione. Delusione e frustrazione si alternano in me ogni volta che penso e ripenso alla mia esperienza nel mondo del basket».
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