dilettanti»LA COPPA DI ECCELLENZA SENZA PUBBLICO

12 Settembre 2020

PESCARA. «Giocare a porte chiuse è un danno incalcolabile per le società. Perdiamo incassi, sponsor, visibilità. Che senso ha fare calcio dilettantistico senza entrate e senza la passione della gente?...

PESCARA. «Giocare a porte chiuse è un danno incalcolabile per le società. Perdiamo incassi, sponsor, visibilità. Che senso ha fare calcio dilettantistico senza entrate e senza la passione della gente?». È il grido d’allarme che lanciano presidenti, dirigenti e allenatori delle società di Eccellenza. Domani si torna in campo dopo sette mesi per l’andata del primo turno della coppa Italia, ma tutte le partite si giocheranno a porte chiuse come prevede l’ultimo Dpcm che prolunga la chiusura degli stadi fino al 7 ottobre per l’emergenza Covid. Le società fanno la conta dei danni e chiedono un’ordinanza della Regione, come già avvenuto in occasione del ritiro del Napoli a Castel di Sangro (Patini aperto a 1.600 spettatori) e del Trofeo Matteotti. Chiudere gli stadi significa anche rinunciare a fare pubblicità attraverso striscioni o cartellonistica. Meno altri soldi nei preventivi di spesa, oltre allo zero nella voce incassi al botteghino. Soluzioni? Riaprire almeno gli stadi più grandi che possono garantire l’accesso, distanziato, di un numero di tifosi comunque di gran lunga inferiore alla capienza.
Gabriele Di Cristofaro (co-presidente dell’Aquila). «Posso capire di chiudere le porte negli impianti sportivi piccoli che non consentono il distanziamento, ma noi all’Aquila abbiamo uno stadio che può tranquillamente contenere 1.000 spettatori. Non capisco la decisione di chiudere tutti gli stadi, anche quelli che hanno una capienza importante. Se i cinema e le scuole riaprono, perché non si può andare allo stadio mantenendo le distanze e usando le mascherine? Noi siamo stati bravi a stilare un budget comunque importante senza tener conto degli incassi al botteghino. Nel nostro caso, però, giocare a porte chiuse è un danno, oltre che economico, anche per i sostenitori rossoblù perché il 50% delle quote dell’Aquila è dei tifosi».
Gianni Paris (presidente dell’Avezzano). «Non è possibile, con queste direttive, portare avanti un’azienda: senza contributi, senza alcun tipo di introito, senza la possibilità di trasmettere le partite in diretta streaming, diventa un’utopia continuare a fare calcio. Ad oggi, proprio per questa questione di incertezza riguardante gli stadi, sono stati venduti solamente 20 abbonamenti. Come fa l’Avezzano a non risentire delle ingenti perdite da ciò derivate? Solo uscite, nessuna entrata: non si può mandare avanti una società al 100% in perdita; sarebbero circa 120mila euro annui di introiti persi a causa degli stadi a porte chiuse, a causa dell’impossibilità di trasmissione televisiva delle gare, a causa di un sistema che sta rendendo tutto più difficile».
Alessandro Lucarelli (allenatore del Chieti). «Il danno è soprattutto per le squadre più blasonate che hanno un grande seguito di pubblico. Le piccole società non credo che facciano molto affidamento sugli incassi e sugli abbonamenti. Ormai dobbiamo convivere con questo virus, quindi, come fatto con i cinema, le scuole e i supermercati, bisognerebbe garantire l’accesso dei tifosi in percentuale alla capienza degli stadi. All’inizio era giusto chiudere tutto, ma farlo adesso sarebbe una mazzata per le società. Bisogna far sopravvivere il tessuto sociale ed economico dei dilettanti. Io gli stadi pieni in queste categorie non li ho mai visti, quindi perché non far entrare 200-300 persone distanziate?».
Antonio Bucci (direttore generale della Rc Angolana). «Non è possibile giocare a porte chiuse sia a livello economico sia per l’interesse del campionato. Il nostro impianto ha una capienza di 1.800 posti e abbiamo già definito le distanze e numerato i seggiolini. Potremmo ospitare 300 tifosi locali e 300 ospiti mantenendo la distanza di un metro. Non dico di far entrare 600 persone, ma almeno ci diano la possibilità di far entrare, magari, i tifosi locali e non quelli ospiti. Siamo pronti a prenderci noi come società la responsabilità di far rispettare il distanziamento e tutte le regole, garantendo la presenza di più steward. Abbiamo allestito una squadra per dare lustro ai tifosi e alla società: che senso ha giocare senza pubblico? Domenica non giocheremo la partita di coppa con l’Acqua&Sapone perché loro sono in quarantena dopo aver disputato l’amichevole con il Mutignano, squadra che ha avuto positivi al Covid. Noi, per fortuna, finora non abbiamo avuto nessun caso».
Giandomenico Rondolone (presidente della Torrese). «Abbiamo difficoltà a trovare sponsor. Se si gioca a porte chiuse e non abbiamo visibilità, quale imprenditore ti dà una mano? Gli incassi al botteghino, inoltre, servirebbero anche per sostenere i costi ingenti della sanificazione degli spazi. Mantenendo le distanze, portando le mascherine e rispettando tutte le prescrizioni, non vedo perché non si possano riaprire gli stadi. Così è difficile fare calcio. E poi c’è l’incertezza Covid. Se c’è un positivo durante il campionato, che succede? Mettiamo in quarantena tutta la squadra? E la partita quando si recupererà?».
Sabatino Pompa (presidente dello Spoltore). «Giocare a porte chiuse non ha senso. Qui non siamo in serie A o serie B. Nei dilettanti non abbiamo entrate. Fare un campionato discreto di Eccellenza costa 200mila euro. Per chi lo facciamo se la gente non può venire allo stadio?».
Filippo Di Antonio (presidente del Nereto). «Fare calcio in Eccellenza ha soprattutto un valore sociale. Si fa calcio per la gente e per il paese. Giocando a porte chiuse si perde il fine principale. La mia proposta è di aprire gli stadi, ad esempio, con una presenza di spettatori di un terzo della capienza. Noi a Nereto potremmo ospitare tranquillamente mille persone. Perdiamo anche gli sponsor. La cartellonistica allo stadio rappresenta per una società l’80% degli introiti».
Fabrizio Vecchiotti (presidente del Penne). «Quella degli incassi al botteghino è una voce fondamentale per il bilancio del Penne. Toglierci questa risorsa è una decisione avventata. Noi appoggeremo la federazione in un eventuale braccio di ferro con gli organi decisionali. Se siamo in grado di sanificare gli spazi e rispettare i protocolli, siamo in grado anche di far entrare i tifosi in sicurezza».
Silvio Leombruno (presidente del Villa 2015). «Così come è stato fatto per il Napoli a Castel di Sangro, con lo stadio aperto a 1.600 spettatori a fronte di una capienza di 7mila, così bisogna fare per i nostri impianti. Tenere chiusi tutti gli stadi non ha senso. È un danno economico per noi, ma così anche il campionato perde di fascino».
Guglielmo Bonati (allenatore del Delfino FP). «È più grave rinviare una partita per casi di positività piuttosto che giocare a porte chiuse. Detto questo, va lasciato alle società la possibilità di trasmettere le partite e di recuperare qualcosa a livello economico con abbonamenti a pagamento. Ma andrebbe trovato un accordo con la federazione per i diritti televisivi».
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