Dotto: basta urlatori, più cultura nello sport

10 Giugno 2019

Il giornalista di Tutto il calcio minuto per minuto apre il libro dei ricordi

Di Emanuele Dotto si conosce sicuramente più la voce che il volto. Una voce che trasuda cultura e trasmette serenità. Ci ha accompagnato negli anni, più che altro alla radio, parlando di tutto quello che è sport. E non solo. Già, perché il giornalista Rai genovese – che poco più di una settimana fa ha salutato la professione per andare in pensione – non si è limitato a narrare la cronaca, l’ha sempre arricchita di contenuti che vanno oltre. Lo ha fatto attingendo dal suo vasto sapere: in primis dagli studi chiusi con la laurea in storia medioevale fino a quel bagaglio culturale che ha allargato nel corso degli anni.
Dotto, lei è stato tra i grandi di Tutto il calcio minuto per minuto, come ha cominciato?
«Facevo ancora il Liceo e già collaboravo alla Gazzetta del Lunedì, un settimanale. Ho fatto il Corriere Mercantile di Genova, il Giornale di Montanelli, dal giugno 1977, e poi il primo gennaio 1980 sono entrato in Rai. A 21 anni ero pubblicista e a 23 anni sono stato assunto dal Corriere Mercantile».
In poco meno di 40 anni di attività ha collezionato…
«Undici Olimpiadi, otto mondiali di calcio, sette europei, venti giri d’Italia, dieci Tour de France, dieci Mondiali di canottaggio, cinque di Formula 1; cinque Wimbledon e cinque Roland Garros. Più tanto calcio, ovviamente».
Rimpianti?
«Nessuno. Volevo fare il radiocronista. Non ho alcun rimpianto perché mi sono divertito, ho girato il mondo e conosciuto tanta gente. Ad esempio, Tony Blair e Kissinger».
Oggi consiglierebbe a un giovane di fare il giornalista?
«Non lo so. Oggi è un lavoro molto precario e pagato con pochi soldi. Quando ho iniziato io, il giornalista era benestante perché percepiva uno stipendio sopra la media. Oggi è nella media, anzi il più delle volte sotto la media. E poi l’accesso alla professione avviene senza grandi regole. Non so se lo consiglierei. Vorrei rifarlo, chiaro, ma i tempi sono cambiati. In peggio».
La prima radiocronaca?
«Berloni-Scavolini di pallacanestro, nel 1980, due anni dopo ho iniziato col calcio, con Varese-Lazio. Raccontavamo in maniera diversa: non c’era la spettacolarizzazione di oggi con la tendenza a enfatizzare qualsiasi cosa, non si badava granché ad agenti, procuratori o procuratrici. Era un’Italia povera, che sognava col Totocalcio».
Tifoso?
«Dell’Alessandria, perché i miei genitori erano della zona e io mi sono innamorato nel vedere Gianni Rivera con i grigi».
Un personaggio che le è rimasto impresso nel mondo del calcio?
«Vujadin Boskov (compianto ex allenatore, tra l’altro, della Sampdoria, ndr), un ciclone. Un uomo di cultura, spesso diceva: “Gentilezza non costa niente, compra tutto”. Potevi parlarci di tutto. Un uomo di grande spessore umano, sembrava un fesso, ma era laureato in Storia e Geografia e conosceva sei lingue. Non l’inglese, però. Non l’ha mai voluto imparare».
Che cosa l’ha emozionato?
«Una radiocronaca di canottaggio del 1996 alle Olimpiadi di Atlanta, quando raccontai l’oro vinto da Davide Tizzano e Agostino Abbagnale nel due senza. Una gara spettacolare. E poi Nagano, le Olimpiadi invernali del 1998 quando vinsero l’abruzzese (di Casalbordino, ndr) Antonio Tartaglia Gunther Huber nel bob a due».
Che cosa l’ha appassionato nel corso della carriera?
«Il canottaggio è bello, il rugby è leale. Mi piace il tennis. Ricordo che tenni a battesimo Roger Federer in Coppa Davis, a Neuchatel durante uno Svizzera-Italia 3-0. Federer battè Gaudenzi e mi si avvicinò Paolo Bertolucci: “Questo diventa un fenomeno”. Così è stato».
Il calcio non la eccita?
«Troppi interessi, troppe manfrine. Troppi soldi che circolano. Gente che fallisce e poi riparte altrove. Sembra il commercio che chiudi da una parte e riapri da un’altra. Il calcio è un bel gioco, ma non mi piacciono le parole al vento. Le chiacchiere e i troppi soldi lo rovinano».
A Verona quando ha chiuso con l’ultima tappa del Giro d’Italia annunciando il suo pensionamento è sembrato emozionato.
«Sì, un po’. Ci sta. Mi hanno scritto in tanti dopo l’addio».
Il ciclismo?
«È uno sport meraviglioso, con i suoi problemi per carità, ma ti porta a contatto con le persone. Ti fa vedere il mondo, ti dà conoscenze umane e storiche straordinarie».
I suoi idoli?
«Sono innamorato di Bugno, l’emblema della classe in bicicletta. E poi dico Argentin, uno con uno spunto micidiale, e Saronni, di cui mi piaceva lo scatto. Ero più per Saronni che per Moser all’epoca».
E Pantani?
«Un campione sfortunato, mal consigliato. Un romagnolo atipico che rideva poco. Molto introverso».
Il ciclismo è cambiato.
«È governato dalle squadre, anche qui circolano tanti soldi. Faticano sì, ma quando volano i milioni di euro non è più lo sport dei poveracci a pane e frittata. Vedo un ciclismo un po’ normalizzato, non ci sono più i guizzi di un tempo. L’ultimo Mondiale vinto per distacco è quello di Adorni, nel 1968, se non sbaglio con 10 minuti di vantaggio».
Se pensa all’Abruzzo che cosa le viene in mente?
«Gabriele D’Annunzio, un uomo affascinante, magari con idee non sempre condivisibili, ma il volo su Vienna e la presa di Fiume sono storia. E poi un grande poeta. Mi piacciono San Clemente a Casauria e la sua abbazia. Anche L’Aquila e Sulmona sono belle. E poi abruzzesi brava gente».
Come si è caratterizzato nel suo lavoro?
«Cercando di dare riferimenti culturali e storici nelle cronache sportive, sfruttando le mie conoscenze».
Scriverà un libro?
«Ci sto pensando, sono un po’ pigro. Sono più narratore che scrittore, sono un regolare, non ho particolari guizzi».
Chi apprezza?
«Roberto Bortoluzzi, Massimo De Luca, Ezio Luzzi, Enrico Ameri, Sandro Ciotti e Claudio Ferretti. E poi, ovviamente, Riccardo Cucchi».
Solo sport?
«No, ho iniziato con la cronaca. Erano i tempi delle Brigate Rosse».
Vede sport in televisione?
«Nemmeno più di tanto. Non reggo le urla, anche di quei telecronisti giovani e bravi. Non puoi urlare per un gol; si urla per altro nella vita. Mi piace il racconto non lo strillo, il tono pacato non esagitato».
Questione di stile.
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