Faccia da ragazzino e strafottente Un libertino in campo e fuori

25 Marzo 2016

di GIULIANO DI TANNA Non raccontiamoci storie. L’abbiamo odiato e detestato, Johan Cruijff. Era insopportabile perché riusciva a fare cose che gli avversari – i giocatori della nostra Nazionale, per...

di GIULIANO DI TANNA

Non raccontiamoci storie. L’abbiamo odiato e detestato, Johan Cruijff. Era insopportabile perché riusciva a fare cose che gli avversari – i giocatori della nostra Nazionale, per esempio – a mala pena erano capaci di immaginare. E le faceva, quelle giocate impensabili, con semplicità e velocità, i due ingredienti di una ricetta che solo i fuoriclasse conoscono d’istinto, senza doverla mandare a memoria. L’abbiamo odiato, Cruijff, anche per quella faccia da ragazzino che, a distanza di telecamere, ci sembrava neppure sfiorata da un’ombra di barba, aggiugendo sberleffo a scherno. Quasi che a dribblare e tirare senza soluzione di continuità fosse un ragazzino della Primavera e non un atleta fatto, a dispetto del fisico filiforme. Se dovessi dire quando l’ho odiato con più intensità tirerei fuori due date. Il giorno della finale di Coppa dei campioni Ajax-Juventus, il 30 maggio 1973 a Belgrado, quando diede una lezione di calcio alla mia squadra del cuore, sottraendole, per la prima di una lunga serie di volte, il trofeo sul filo di lana. E il 20 novembre dell’anno successivo, la sera di un’Olanda-Italia a Rotterdam. La partita, valida per le qualificazioni alla fase finale del Campionato d’Europa, finì con un 3-1 che – a leggere oggi solo il tabellino – non dà l’idea di quello che combinò, quella sera, Cruijff, al di là dei due gol che ci stesero. Ma non era solo ciò che combinava in campo che ha creato il mito del giocatore con la maglia numero 14. No, insieme alle magie sportive c’erano quelle – per così dire – di costume che caratterizzarono l’epoca d’oro dell’Olanda: dall’abolizione dei ritiri pre-partita al modo di presentarsi in campo, con capelli lunghi, braccialetti, collanine e la strafottenza di chi si faceva beffe di un calcio in cui si calcolavano ancora le energie che una notte di sesso rubava alle gambe dei giocatori. I ritiri, per la verità, a volte li facevano pure Cruijff e la sua ciurma di capelloni in maglia arancione, ma le camere non le dividevano con i compagni di squadra ma con mogli e fidanzate. E nonostante tutto questo, in campo chi correva di più – unendo fase difensiva e fase d’attacco – erano loro, non gli avversari obbedienti alla regola neo-trappista dell’astensione da ogni genere di piacere. Il calcio, Cruijff, l’ha vissuto come andrebbe vissuto, insomma: in maniera libera, senza eccessive paturnie. Pensando che, in fondo, la vita è breve. E quella parentesi della vita che chiamiamo carriera, lo è ancora di più.

Tanto vale divertirsi, dunque. Come ha fatto lui, Johan Cruijff, maglia numero 14.

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