Falcone: «Che emozione trovarsi contro Ronaldo»

Lontano dal calcio non ha rimpianti: «La gioia più bella è stata la Nazionale»
PESCARA. Ha lasciato il calcio da oltre 4 anni, ma non rimpiange la scelta. Giulio Falcone, uno dei primi calciatori abruzzesi lanciati dalla Renato Curi e militanti in serie A, ora vive a Roma e lavora nel campo delle biomasse in difesa dell'ambiente. Ha investito i suoi guadagni prima a Parma, nella città dove nel 2009 ha chiuso la carriera agonistica, poi a Tortona, in Piemonte, nella regione che lo ha lanciato nel mondo professionistico. Qui si è occupato di energia sotto forma di metano e rinnovabili estratte da cereali. E adesso la nuova attività nella Capitale. «Negli ultimi anni i ritiri cominciavano a pesare», racconta l'ex difensore di Torino, Fiorentina, Bologna, Sampdoria e Parma. «Allora ho iniziato a ottimizzare il tempo e a dedicarmi a questo tipo di attività».
Un bilancio della sua carriera?
«Non posso lamentarmi. Ricordo tutto con piacere, dall'esordio con il Torino fino all'ultima partita con il Parma in serie B. Cominciai alzando subito un trofeo, quando entrai negli ultimi minuti della finale di ritorno di Coppa Italia 1992-93 Roma-Torino. Eravamo sotto 5-2 con 3 rigori segnati dal Principe Giannini dopo aver vinto 3-0 tra le mura amiche l’andata. Dovevamo soltanto far trascorrere il tempo e riuscimmo nell'obiettivo grazie alla doppietta segnata da Andrea Silenzi in trasferta. Qualche mese più tardi arrivò con Mondonico pure l'esordio in serie A, contro la Reggiana. E anche in quell'occasione fece 2 gol Silenzi. Poi l'esperienza della Fiorentina, dove vinsi subito la Supercoppa in casa del Milan».
In maglia viola ha disputato pure una semifinale di Coppa delle Coppe.
«Che emozione al Camp Nou contro campioni del calibro di Figo e Ronaldo. Ricordo soprattutto il momento del riscaldamento, quando sugli spalti non c'era ancora nessuno, pensai: forse ci snobbano. Invece al rientro trovammo 90000 persone deliranti ma Batistuta zittì tutti con il gol dell'1-1».
La sua soddisfazione più grande?
«Ne ho avute tante. Dai due derby vinti nel 1995 con il Torino sulla prima Juve di Lippi che si aggiudicò scudetto e Coppa Italia, fino al sorprendente quinto posto della Sampdoria nel 2004. Forse, però, la gioia più bella rimane quella di essere stato convocato in Nazionale maggiore a 32 anni. Era l'Italia campione del mondo 2006 che apriva un nuovo ciclo sotto la guida di Roberto Donadoni. Giocai l'amichevole di Ferragosto a Livorno contro la Croazia insieme ad altri debuttanti della Sampdoria come Palombo, Terlizzi e Delvecchio e, aldilà della sconfitta per 2-0, resta dentro l'orgoglio per aver cantato l'inno di Mameli davanti a milioni di spettatori che ci guardavano».
L'attaccante che l'ha messa più in difficoltà?
«I grandi come Vialli, Weah e Inzaghi li soffri comunque perché possono colpire quando meno te lo aspetti».
Un rimpianto? Forse non aver giocato in una vera grande?
«A dire il vero un'offerta dell'Inter l'ho ricevuta, mi chiamò il direttore sportivo Sandro Mazzola per firmare il contratto con il club nerazzurro. All'epoca però avevo già raggiunto l'accordo con la Fiorentina e a rifiutai. Qualche anno fa la parola aveva ancora un senso».
Segue il calcio attuale?
«Poco, mi tengo giusto informato sui fatti principali».
Chi vince lo scudetto?
«Penso che sarà lotta fino alla fine tra Roma e Juventus. Altre squadre sono troppo staccate dal vertice».
Come vede il calcio italiano in prospettiva mondiali?
«Non benissimo. Stiamo attraversando un momento difficile legato alla crisi economica e chi ha budget importanti, tipo Paris Saint Germain, li sfrutta per acquistare i campioni che fanno la differenza».
Segue il calcio abruzze?
«Torno a Pescara solo qualche giorno in estate e non conosco a fondo le situazioni. Mi sembra però che Pescara e Lanciano stiano disputando un torneo di serie B a buoni livelli. Entrambe possono ambire alla zona play off. Il Lanciano mi ricorda la favola del Castel di Sangro di qualche anno fa. Certo, la serie A è un'altra categoria, dove bisogna organizzarsi, modello Chievo e Udinese per esempio. Lì hanno una schiera di osservatori che scandagliano il mercato estero e lanciano talenti giovani per poi rivenderli a buon prezzo».
Pensa di rientrare nel mondo del calcio?
«È l'ultimo dei miei pensieri. Ora ho un'attività da portare avanti e non riesco a vedere oltre. In futuro, chissà».
Marco Ratta
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