Gatta: io, Conte, Abbiati e un sogno sfumato

27 Ottobre 2014

«Da giovane ero tra i migliori, poi sono mancati fortuna e... un procuratore»

PESCARA. E’ nato ad Ancona ma è pescarese a tutti gli effetti, a soli diciotto anni è stato uno dei grandi protagonisti della terza promozione in serie A del Pescara, nella prima annata di Galeone alla guida dei biancazzurri. Parliamo del portiere Giuseppe Gatta, trentacinque presenze nella stagione della cavalcata verso la massima serie da ripescati.

Pur essendo nato ad Ancona, lei ha iniziato a giocare nelle giovanili del Pescara. Come ci è arrivato?

«Da bambino, avevo solo pochi anni, mi sono trasferito a Pescara con i miei genitori. Ho iniziato a giocare con il Pescara Portanuova. All'inizio giocavo a centrocampo sulla fascia come esterno, poi l'allenatore dell'epoca mi ha detto che secondo lui avrei potuto giocare in porta e mi ha cambiato di ruolo. Poi, ho fatto un provino a sedici anni con il Pescara e sono diventato biancazzurro».

Dunque si sente pescarese d'adozione?

«Certamente, ho passato lì tutti gli anni della mia crescita e sono rimasto molto legato a Pescara».

Già al secondo in biancazzurro, a soli diciotto anni, la grande soddisfazioni di essere titolare tra i pali nell'anno della promozione da ripescati. Come ricorda quella stagione?

«Una stagione magica, però ero incosciente, non mi sono sono reso conto di quello che stavamo facendo e forse è stato un bene perché non ho vissuto con grandi pressioni quell'annata. Poi io ero molto freddo, sembravo quasi distaccato, ma sapevo di avere un'occasione importante e Galeone ha avuto fiducia in me e io ero consapevole di non volermi far scappare quell'opportunità. Da lì iniziò tutto il mio percorso».

Catuzzi, Galeone, Castagner e Reja i suoi tecnici nel Delfino. Che ricordo ha di ognuno di loro?

«Tutti mi hanno insegnato qualcosa, naturalmente Galeone mi ha dato fiducia lanciandomi nel calcio che contava e io ho dimostrato che potevo fare bene, nonostante l'età. Con Catuzzi è stato il mio primo anno e dalla Primavera ogni tanto andavo ad allenarmi con la prima squadra come terzo portiere cercando di rubare il mestiere ai più anziani. Castagner era già un tecnico affermato, ma quella con lui non è stata una grande annata, un anno difficile dopo la retrocessione. Con Reja, che fece il secondo di Galeone dopo aver allenato la Primavera, è andata meglio, si vedeva che era ambizioso, voleva fare a tutti i costi la carriera che poi è riuscito a fare; era molto convinto delle sue idee, aveva il carattere giusto. Mi sono trovato bene con lui, se stavi al gioco stavi benissimo».

Galeone qualche anno dopo, parlando del suo collega Savorani, disse che il portiere era un optional nella sua squadra. Anche per lei valse questo discorso?

«Lo faceva per stuzzicare il portiere, per tenerlo sempre all'erta perché praticando un gioco molto offensivo era facile trovarsi a tu per tu con un calciatore avversario. A Galeone piaceva scherzare, erano solo battute. Con lui ho avuto un ottimo rapporto».

In quegli anni è entrato anche nel giro della nazionale under 21 di Maldini.

«Belle soddisfazioni. Far parte dell'under 21 equivaleva essere uno dei due portieri giovani più forti d'Italia. Andare a Coverciano per i raduni, girare diversi Paesi per le partite dell'Europeo è stato tutto una grande emozione. Era il sogno di tutti i calciatori arrivare in azzurro e naturalmente anche il mio».

In quel periodo lei era considerato uno dei giovani più promettenti. Che cosa è mancato a Gatta per fare il definitivo salto di qualità?

«All'epoca si fecero tanti nomi di grandi squadre, ma non è arrivata mai l'occasione giusta. Probabilmente, è mancata un po' di fortuna. Ma erano anche altri tempi, c'erano pochi procuratori che invece oggi fanno tutto. Con l'agente giusto oggi arrivi a giocare dove vuoi».

Nonostante l'exploit della promozione, nell'anno della serie A ha dovuto condividere la porta con il più esperto Zinetti. E’ rimasto deluso?

«Avevo pagato lo scotto di quelle categorie giocate a quell'età. Ero giovane e avevo bruciato dei passaggi e Zinetti era un portiere molto esperto».

Ebbe buoni rapporti con i presidenti Marinelli, De Leonardis e Scibilia?

«Sì, con tutti. Ogni tanto ho visto Marinelli, Scibilia era molto carismatico, gli piaceva farci il discorso ma lo faceva col cuore, aveva passione. Nel calcio di oggi mancano quei personaggi».

Dopo Pescara il passaggio al Lecce e anche in giallorosso furono gioie e dolori ovvero un'altra promozione in serie A seguita però da una doppia retrocessione.

«Sì, facemmo la promozione in serie A e poi retrocedemmo. A Lecce sono stato benissimo, c'era un ottimo ambiente anche se ero dispiaciuto di andar via da Pescara. In giallorosso rimasi cinque anni».

Il ricordo più bello in biancazzurro?

«La promozione in A nella stagione 86-87 e in particolare l'ultima in casa contro il Parma con il gol di Bosco».

Il momento peggiore con il Pescara?

«L'annata con Castagner, una stagione iniziata male e finita senza infamia e lode. Non eravamo né carne né pesce».

Si senti ancora con qualche compagno dell'epoca?

«Parlo con Berlinghieri e ogni tanto sento Camplone. Andrea sta facendo bene, poi come secondo ha Giacomo Di Cara. Insieme formano uno staff che ha fiducia l'uno nell'altro. Sono convinto che possano far bene. Spero che Camplone possa arrivare in A come successo a Gasperini».

Tanti ex discepoli di Galeone sono arrivati in alto come tecnici.

«La scuola di Galeone era buona, eravamo ragazzi con la testa e formavamo un bel gruppo. Lo spogliatoio era molto legato».

L'apice della sua carriera?

«L'anno che vinsi la serie B a Lecce e l'anno successivo di A con Bruno Bolchi allenatore».

In quel periodo ha giocato anche con l'attuale ct della nazionale Antonio Conte. Immaginava per lui questa carriera?

«Era ambizioso anche se giovane. Dopo gli allenamenti era l'unico a fermarsi da solo a fare tecnica e poi correva tantissimo. Quando un giovane ha carattere vuol dire che ha qualcosa in più».

Ha qualche rimpianto?

«Non essere arrivato in un grande club, però ho giocato per sedici anni tra serie A e B e sono soddisfatto così».

Nel Monza suo compagno di squadra era un giovanissimo Christian Abbiati. Già all'epoca era forte?

«Era già forte fisicamente e riusciva a gestire bene i momenti di pressione».

Dopo il ritiro nel 2007 dal calcio giocato cosa ha fatto Gatta? A Pescara è più tornato?

«Torno una volta l'anno, giù ho ancora mia madre e tanti amici come Rocco Pagano».

Segue le vicende dei biancazzurri?

«Seguo partite e risultati. Quest'anno sono partiti per un campionato di vertice ma hanno sbagliato la partenza, però c'è tempo per recuperare».

Loris Zamparelli

©RIPRODUZIONE RISERVATA