Gaudenzi ci crede: bisogna blindare la serie B

L’ex attaccante biancazzurro: «Ho la città nel cuore». Loseto: «Classifica dura, ma nulla è perduto»
PESCARA . Il professore e il gaucho. La mente e il fuoco del Pescara di Galeone. In altre parole Onofrio Loseto e Gianluca Gaudenzi. Il primo nato e cresciuto a Bari, il secondo romagnolo, ma entrambi con Pescara nel cuore. Tanto che, qualche giorno fa non hanno voluto mancare l'appuntamento per la nuova presentazione del libro Poveri ma Belli, scritto da Lucio Biancatelli, che racconta le gesta di quella squadra capace di passare dalla retrocessione in serie C alla promozione in serie A nel giro di pochi mesi, complice un rocambolesco ripescaggio ma soprattutto una cavalcata trionfale ampiamente consegnata alla storia. L'occasione, a cui ha partecipato anche l'altro grande ex Franco Marchegiani, è servita anche per fare un tutto nei ricordi, tra aneddoti e nostalgia, con un occhio alla stretta attualità. «Ho girato tante squadre nel corso della mia carriera, Brescia, Livorno, Verona, Cagliari. Sono stato per un anno nel Milan di Sacchi con cui vincemmo la Coppa Intercontinentale, ma le emozioni che ho provato a Pescara sono state senza dubbio le più forti della mia carriera», spiega il gaucho, o toro scatenato, ovvero il 54enne Gaudenzi. Che proprio su questo appellativo racconta: «Negli anni trascorsi qui a Pescara mi ricordo che c'era un signore che andava in giro con un'ape, sulla quale aveva montato un bambolotto biondo con sopra scritto 'toro scatenato Luca Gaudenzi'. Mi è rimasto sempre nella mente, più volte ho provato a rintracciarlo ma non ci sono mai riuscito. Ancora oggi sarei curioso di sapere che fine abbia fatto». Segni di un calcio diverso: «Pescara è sempre stata una piazza passionale, dove basta una scintilla per accendere il fuoco. Portare 40mila persone allo stadio per una cittadina che ne fa poco più 100mila è eloquente. Prima però era un calcio diverso: noi calciatori eravamo molto meno divi, il contatto con la gente era diretto, ma per le trasgressioni bisognava aspettare la notte...», afferma con un sorriso molto furbo. «Adesso se non ti mostri in compagnia di una bella ragazza su una barca milionaria non sei nessuno».
Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo ha anche allenato per qualche anno, prima di dire stop: «Mi sono tolto lo sfizio di lanciare Gianluca Lapadula. Ha debuttato con me a Vercelli in C2, poi sapete tutti la carriera che sta facendo». Ma sul Pescara di oggi non si pronuncia: «Qualsiasi cosa direi sarebbe una bugia perché non seguo quasi per niente. Ma da tifoso voglio fare un grande in bocca al lupo per la salvezza. È troppo importante mantenere la categoria». Chi invece dice qualcosa in più è il professor Loseto (classe 1960): «La classifica del Pescara si è fatta complicata. Non sarà facile venire fuori da questa situazione però io sono fiducioso e credo che alla fine i biancazzurri ce la faranno».
Quindi riavvolge il nastro dei ricordi: «In una delle prime amichevoli mister Galeone mi fece giocare davanti alla difesa. Non era il mio ruolo, ma mi adattavo. Lui rimase molto soddisfatto, tanto che iniziò a chiamarmi il prof e da quel momento è stata la mia etichetta». Non torna spesso da queste parti, ma per la città che l'ha consacrato nel grande calcio ha sempre parole al miele: «Pescara è passionale, ma allo stesso tempo ti rispetta. Sa come caricarti, senza invadenza. Ero in imbarazzo quando mi fermavano per strada per chiedermi un autografo. Pensavo fosse troppo». Ed è proprio da questi pensieri che parte il suo rimpianto: «Dispiace non aver comprato casa qui. Molti dei miei compagni l'hanno fatto e ci vivono ancora benissimo. Io ero a un passo, con il proprietario del locale dove vivevo a qui tempi ero praticamente d'accordo, poi però è saltato tutto». Lui però una finestra vuole lasciarla aperta: «Mi piacerebbe un giorno allenare i giovani biancazzurri. Bisogna investire su questi ragazzi e sui vivai altrimenti non si va lontano. Se il presidente dovesse chiamare non potrei dire di no».
Adriano De Stephanis
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