Giampaolo, il calcio fatto con dignità

14 Ottobre 2016

Il ritratto del tecnico giuliese della Sampdoria: dal contratto strappato con Cellino alla schiena dritta con gli ultrà bresciani

PESCARA. C'è stata un'epoca, la seconda metà degli anni Novanta, in cui il Giampaolo famoso era Federico, l'attaccante che è stato l'idolo dell'Adriatico. Una carriera spesa sui campi di serie A e B. Marco (più grande di tre anni), invece, la B l'ha fatta con l'Andria di Sonzogni nel contesto di un vissuto da calciatore quasi sempre in serie C. Federico era un trequartista omologato al ruolo di attaccante, Marco un centrocampista, un metodista.

Franco Oddo, in una recente intervista, ha ricordato che è stato proprio lui nella seconda metà degli anni Ottanta a impostare Marco Giampaolo centrocampista centrale nel Giulianova, poco dinamico, ma “pensatore”. «Già allora era un allenatore in campo», ha detto il papà di Massimo Oddo. Giocava, ma pensava come un allenatore l'attuale tecnico della Sampdoria. All'inizio degli anni Duemila gli scarpini erano già ben appesi al chiodo, anche per colpa di qualche infortunio che ne ha condizionato la carriera. L'amico Andrea Iaconi lo inserisce nello staff tecnico di Giovanni Galeone a Pescara, nasce un buon feeling con il "Gale", ma le strade si dividono dopo un anno.

Più che un vice allenatore. Marco Giampaolo torna a Giulianova: è il 2001, Adriano Buffoni ha bisogno di un secondo e lo prende subito. E subito si accorge che in campo sa lavorare. Buffoni è furbo e saggio, lo fa fare. E Giampaolo lavora sui movimenti di Ferrigno, Ambrosino e Califano. Un 4-4-2 che regala soddisfazioni. Quel Giulianova sfiora i play off e ancora oggi viene ricordato come uno dei più forti dell'era Quartiglia. Da Giulianova a Treviso, da Buffoni ad Ammazzalorso: Marco Giampaolo cresce. E' un secondo che non porta i birilli in allenamento, è uno che pensa e decide. Vive di calcio. Non può essere il primo allenatore solo perché non ha il patentino. E così arriva ad Ascoli. Lo prende il presidente Benigni: ingaggia prima il secondo, Marco Giampaolo, che poi suggerisce il primo, Massimo Silva, in possesso per l'appunto del patentino. Quell'Ascoli è solido, pratico e spettacolare. Arriva in serie A e Giampaolo finalmente conosce la gloria. Ormai non è più un abusivo, prende anche il patentino. Ma il giochetto del secondo che in effetti è il primo è sulla bocca di tutti e viene anche squalificato.

Prima la dignità, poi i soldi. Da Ascoli a Cagliari, alla prova-Cellino. Amore-odio con il presidente che prima lo esonera e poi lo richiama al posto di Colomba. Si beccano a distanza Colomba e Giampaolo. Che viene confermato in panchina nella stagione 2006-2007 in virtù del contratto in essere. Ma Cellino lo ha puntato e lo esonera di nuovo. Arriva Sonetti, ma dura fino a dicembre; dopodiché Cellino richiama il tecnico di Giulianova che gli dice no. «Pur nella consapevolezza del danno economico che ne deriverà, rinuncio a tornare a Cagliari. L'orgoglio e la dignità non hanno prezzo». Proprio così: ha rinunciato ai soldi, una mosca bianca nel mondo del pallone italiano. Ha detto a Cellino: «Tieniti i soldi del contratto, ma io con te non lavoro più». Schiena dritta quella del figlio di un muratore, simpatizzante interista e cresciuto con i valori del vecchio Pci. Dice quello che pensa, non quello che gli altri vogliono sentirsi dire. Gli piace il buon vino e di tanto in tanto si gusta un sigaro in bocca. E' il 2008, Giampaolo è in rampa di lancio. Se ne innamora Arrigo Sacchi. Ha tante richieste. Va a Siena e fa benissimo. L'estate successiva lo chiama la Juventus. Va a colloquio con Blanc, l'amministratore delegato. «Se la sente di allenare la Juve?», chiede il dirigente francese. E Giampaolo di rimando: «E lei se la sente di darmi in mano la Juventus?». Il colloquio torinese va bene, l'allora ds Secco gli dà l'investitura. Ma… Giampaolo non sarà mai il tecnico bianconero perché c'è un rigurgito di juventinità e la panchina va a Ciro Ferrara che ha alle spalle scudetti e trofei conquistati da calciatore con la Vecchia Signora.

Il declino. Giampaolo ci resta male e quell'estate lo condiziona, perché a Siena le cose non vanno bene e viene esonerato. La stessa cosa accade a Catania e a Cesena. Non è un buon momento. Che cosa accade a Giampaolo? Se lo chiedono tutti. E' apprezzato dagli addetti ai lavori, ma se i risultati non arrivano… Lui gira l'Italia e l'Europa per aggiornarsi. A Barcellona resta folgorato dal credo e dai metodi di lavoro di Guardiola. Riparte nel 2013 da Brescia, in serie B. Lo chiama l'amico ds Andrea Iaconi. Ma anche qui non scatta la chimica. I tifosi lo affrontano a brutto muso, lui, schiena dritta, non si piega. «Non sono loro che mi dettano la formazione. Non accetto umiliazioni», dice Giampaolo che dopo qualche mese lascia le rondinelle al termine di una farsa in cui si grida anche a "Chi lo ha visto?", dal momento che la società lo dà per scomparso mentre lui è a casa a pochi chilometri dallo stadio. La carriera di Giampaolo sembra in declino. Scende in Lega Pro, a Cremona, dove viene chiamato da Gigi Simoni. Poi, un sussulto.

La rinascita. L'estate del 2015 lo chiama l'Empoli per sostituire Sarri passato al Napoli. «E' come se mi avessero liberato dall'ergastolo calcistico», dice il giorno della presentazione. Sembra una vittima sacrificale. Squadra indebolita, sulla carta. Si scommette sulla data del suo esonero. Ma Giampaolo smentisce tutti: fa addirittura meglio di Sarri. E si rilancia. Lo fa lasciando l'Empoli, nel maggio scorso, e mettendosi sul mercato. Sacchi lo consiglia al Milan. E Galliani lo blocca. Ma ci sono i cinesi con tutti gli intrighi della scorsa estate. Così Berlusconi sceglie Montella e Giampaolo va a sostituirlo alla Sampdoria. «Beh, alla fine di tutta la giostra, sono finito nel club che prima di tutti mi ha cercato dopo il mio addio all'Empoli», ha dichiarato al Centro un mese fa. La partenza è folgorante: sei punti in due partite. Poi, la pausa per gli impegni della Nazionale. Si riparte e la Samp colleziona un punto in cinque partite. Ferrero lo difende: «Giampaolo è un maestro di calcio». Ma il Marco di Giulianova è il primo a sapere che tutto dipende dai risultati. Lo ha sperimentato sulla propria pelle.

@roccocoletti1

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