Heysel 35 anni dopo, una ferita ancora aperta

28 Maggio 2020

Domani l’anniversario, Bonini racconta la tragedia della finale di Coppa dei Campioni 1985 a Bruxelles

ROMA. Con i se e i ma non si risolve mai nulla ma se 35 anni fa Juventus-Liverpool (1-0 gol di Platini su rigore) si fosse giocata in un impianto più adatto dell’Heysel di Bruxelles, forse la storia sarebbe stata diversa.
E, invece, quel maledetto 29 maggio 1985, persero la vita 39 persone, una tragedia che ancora oggi si fatica a spiegare. «È stata una partita giocata in uno stadio non adeguato a una partita così importante come una finale di Coppa dei Campioni», è il ricordo di Massimo Bonini, centrocampista di quella Juve che andava a caccia dell’unico grande trofeo che mancava all’appello. Il dramma nasce da una mancanza di gestione di una situazione esplosiva. In una delle due curve, insieme al tifo organizzato del Liverpool c’è anche un settore “Z” di tifosi italiani, arrivati in maniera autonoma allo stadio.
Contro di loro si scagliano ripetute cariche dei tifosi inglesi, trovando come opposizione appena 8 agenti di sicurezza e una rete che venne presto abbattuta lasciando campo aperto agli hooligans. Che fosse per un reale attacco diretto o per semplice intimidazione, la reazione dei disorganizzati ed impauriti tifosi juventini fu drammatica.
Nel tentativo di trovare una via di fuga che non c’era (chi aveva cercato di scavalcare le transenne per entrare in campo fu addirittura preso a manganellate), tentarono di indietreggiare il più possibile andando però a schiacciarsi contro il muricciolo che delimitava quel settore di curva. Un peso insostenibile per quella struttura già provata dal tempo che, infatti, crollo su se stessa portandosi dietro buona parte di quei tifosi. Una strage!
Tante furono le critiche rivolte ai giocatori bianconeri, colpevoli agli occhi di molti di essere andati lo stesso in campo mentre fuori si contavano i morti. «Ci siamo trovati a giocare una partita senza sapere niente di quello che stava succedendo, ce l’hanno detto poi in albergo, ma anche negli spogliatoi non si capiva bene cosa stava accadendo, non lo sapevano nemmeno i tifosi che erano nell’altra curva», la versione di Bonini, mediano all’epoca. «C’era confusione, noi abbiamo giocato per vincere perché per noi era fondamentale, per noi era una partita normale, ma non si può morire per vedere una partita che sarebbe dovuta essere una festa».
«Abbiamo visto quello che era successo solo in tv: era impensabile», il ricordo a 35 anni di distanza dell’ex centrocampista sammarinese. «Ma quando vai a giocare una partita così importante, una finale di Coppa dei Campioni che è la massima espressione del calcio europeo, in uno stadio da serie C... La verità è che in altre occasioni siamo stati fortunati: ho giocato una finale di Coppa delle Coppe a Basilea, c’erano i treni che passavano davanti allo stadio e la gente sopra gli alberi». La tragedia dell’Heysel è servita però a scuotere le coscienze: in Inghilterra è partito un giro di vite contro gli hooligans che ha portato a una rinascita i cui effetti sono ancora oggi visibili: la Premier League è il campionato numero uno nel mondo e un tecnico come Carlo Ancelotti, nei giorni scorsi, non ha potuto fare a meno di sottolineare l’enorme divario culturale fra Inghilterra e Italia. E anche oggi, secondo Bonini, è una questione di impianti. «Gli inglesi sono stati bravi a risolvere il problema», osserva. «Gli stadi adeguati in Italia saranno due-tre e lì non succede mai niente, ma nel complesso, come Paese, siamo molto indietro. Negli altri campionati hanno investito nelle strutture e gli stadi sono sempre pieni. Hanno capito che il calcio ormai è uno spettacolo, un evento, ma qui non ci siamo ancora adeguati».
Giorgio La Bruzzo