«Ho Pescara nel cuore, mio figlio può fare bene»

31 Agosto 2018

Roberto Calcaterra, ex centroboa degli anni ’90, racconta il suo erede Enrico:  «Porta un cognome pesante, sono felice che abbia scelto di giocare alle Naiadi»

PESCARA. Da un Calcaterra all’altro. Dal padre Roberto al figlio Enrico. Il primo negli anni Novanta ha scritto un pezzo di storia della pallanuoto a Pescara, a suon di scudetti e coppe; il secondo dal 10 settembre, giorno del raduno, proverà a riannodare i fili con il passato, cercando di iniziare l’opera di rilancio della pallanuoto pescarese.
Il figlio Enrico sulle orme del padre (e degli zii Alessandro e Amedeo Pomilio). A 20 anni Enrico è un ragazzino con un cognome pesante alle spalle. «Per lui è una croce», dice il papà Roberto, 46 anni, originario di Civitavecchia, ma stabilitosi a Latina, «si porta dietro un cognome impegnativo. La scelta è stata sua, quando ha iniziato. Noi l’abbiamo messo in guardia. Ma è cresciuto a bordo vasca da quando aveva un anno e mezzo. È un buon giocatore, fortunatamente diverso da me e mio fratello. Noi eravamo dei centroboa, lui è un attaccante».
Enrico da Roma a Pescara, scelta condivisa?
«Scelta sua e credo che sia più che mai azzeccata, la società sta cercando di tornare ai vecchi fasti. Conosco tutti. Quando ha scelto Pescara sono stato contento. Io a Pescara sono stato undici anni, sono arrivato nel 1991 che avevo 19 anni. Abbiamo vinto subito una coppa Italia; sono andato via dopo lo scudetto perso in finale, nel 1999».
Altri tempi…
«La città viveva per il calcio e per la pallanuoto. Erano anni magici, quasi tutti i giocatori erano di Pescara e anche chi è arrivato poi è diventato di casa. Il fulcro era il compianto Gabriele Pomilio, ruotava tutti intorno a lui. In vasca, invece, lo zoccolo duro era composto da me, D’Altrui, Pomilio, Mammarella, Papa e Estiarte. Poi, arrivavano gli stranieri e gli innesti che andavano a integrare la rosa. Vivevamo la città in maniera viscerale, anni stupendi. Ho avuto la fortuna di far parte di un gruppo irripetibile. Viviamo in città diverse, abbiamo professioni diverse, ma basta rivederci ed è come se il tempo non fosse mai passato».
Scudetti, coppe e goliardia.
«Una in particolare per quanto mi riguarda. Ricordo come se fosse oggi il compianto Gino Pilota. Quando giocavamo, alla Scandone, contro il Posillipo al mattino, prima della partita, facevamo la rifinitura e si gettava in vasca con noi in mutande. Si avvicinava alla porta del Posillipo e cominciava a fare pipì… Quante risate ragazzi».
Anche scudetti e trofei.
«Ricordo i tempi del Pescara Walter Tosto (due scudetti e una finale di coppa dei campioni persa a Zagabria contro il Posillipo, ndr). Vittorie e spot commerciali, eravamo un veicolo di immagine pubblicitaria pazzesco. Gabriele Pomilio si era inventato questo fortunato abbinamento che promuoveva due realtà emergenti del territorio».
Il Pescara Pallanuoto, però, poi si è fermato un po’ alla volta.
«Per fare lo sport a certi livelli, la pallanuoto in particolare, occorre avere la struttura di proprietà o in gestione. In quegli anni avevamo problemi con le Naiadi, ricordo che venivamo adottati in giro per l’Abruzzo. Ma alla lunga pesa. E infatti… Ora spero e credo nel rilancio, ma non può non passare per le Naiadi. È fondamentale per costruire un progetto come quello che vogliono portare avanti Marinelli e Di Properzio».
Che fa Roberto Calcaterra?
«Lavoro nella pallanuoto, organizzo eventi. Stage e camp estivi a Lignano, Anzio e Ravenna. In più ho messo in piedi un circuito di tornei internazionali con finale a Civitavecchia, si chiama Calcaterra Challenge».
Un po’ quello che faceva Gabriele Pomilio negli ultimi anni della sua vita.
«Gabriele è stata la mia fortuna, dal momento che a livello organizzativo ho imparato tutto da lui, un genio nel nostro mondo. Ineguagliabile. Intelligente e lungimirante. Lui aveva creato alle Naiadi un’atmosfera che il calcio di adesso se lo sogna. Era avanti anni luce. Aveva in mente eventi, programmi e progetti. E ci ha rimesso un sacco di soldi, ve lo posso garantito. Non si è arricchito con lo sport, sia ben chiaro. Però gli piaceva da matti. Nella mia vita ho avuto tre punti di riferimenti, Gabriele Pomilio, Manuel Estiarte e Ratko Rudic».
La Nazionale ai piedi del podio agli Europei.
«In questi anni il ct Campagna ha fatto bene e ha raccolto tanto in termini di medaglie. Forse, il gruppo azzurro di prima, dal 1992 al 1997, aveva avuto più continuità a livello si successi. Ma il Settebello è reduce da un argento e da un bronzo alle Olimpiadi che non sono da buttare via. Siamo sempre nell’olimpo mondiale della pallanuoto, resistiamo ad alti livelli grazie a buoni ricambi generazionali. Siamo andati all’Europeo con una squadra nuova e abbiamo sfiorato la medaglia, che sarebbe arrivata senza quella pausa iniziale nella gara contro la Spagna. Il gruppo ha margini di miglioramento. E comunque a Tokyo 2020 si tireranno le reti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA