Il Barca vince ma trema Non basta il gol di Morata

7 Giugno 2015

Catalani avanti, Buffon para tutto ma dopo il pari segnano Suarez e Neymar

È blaugrana il cielo sopra Berlino, dove volano anche gli angeli che in piena rimonta hanno fatto chiudere gli occhi all’arbitro Çakir nell’area di rigore del Barça, con Pogba abbracciato da Dani Alves. Gli incantesimi pro Juventus, i ricorsi storici che passavano immancabilmente attraverso il 2006, il Mondiale, le frasi di tripudio alla Civoli, non sono serviti, smontati dopo appena quattro minuti, al primo affondo del Barcellona dei tenori, portato subito un gradino più in alto dall’operaio Rakitic: «Quel gol ha condizionato la nostra partita», dirà poi a bocce ferme Marchisio riferendosi alla falsa partenza. Uno start che non è stato solo questione di quella che Sandro Ciotti chiamava amabilmente cifra tecnica. Quel piatto della bilancia pendeva dalla parte del Barça già prima del fischio d’inizio: è stata la frenesia, la poca dimestichezza a battaglie di questo spessore a fregare la Signora. D’accordo, tra i soldatini del comandante Allegri c’erano Buffon, Pirlo, Evra, Tevez, tutta gente d’esperienza e vittorie a tutte latitudini, ma quando ti giochi la Champions è la squadra nel suo complesso a fare la differenza. Prendete Vidal. Al primo affondo si è fatto infilzare come un pollo allo spiedo (da supermercato) da Iniesta, pronto alla percussione in area per il gol del vantaggio blaugrana. Poi il cileno ha calciato verso la curva del Barça un pallone invitante di Morata dopo quattro minuti di – comprensibile – disorientamento. Quindi altri tre giri di lancette e l’ammonizione per un fallo su Busquets. Peggio di una piaga d’Egitto per la Juve, costretta ad aggrapparsi a San Gigi da Carrara su tiro di Dan Alves dopo neppure un quarto d’ora.

Il gioco. Quello della Juve va a strappi, ruotando attorno al 4-3-1-2 che non è convincente al centro, con il già citato Vidal e Pirlo, mentre dietro ballano soprattutto gli esterni: più Lichtsteiner di Evra. Allegri alla mezz’ora inverte Pogba, spedito sul centro-destra, con Marchisio, e proprio il francese subisce un contatto sospetto al limite dell’area che l’arbitro Çakir ignora subendo l’assalto dei bianconeri.

Si riparte di nuovo dal monumento Buffon, capace di fermare Suarez in contropiede, mentre sull’altro fronte il Barcellona accende un tiki-taka 2.0, un videogame che disorienta la Juve: ecco la cifra tecnica superiore che sembra portare a un epilogo scontato. Sbagliato. Dopo dieci minuti i bianconeri capitalizzano l’asse Lichsteiner-Tevez: tiro respinto da Ter Stegen e volée di Morata. Sull’onda dell’1-1 la Juventus spinge per arrivare al minuto numero 68, quello della svolta. Su un cross a centro area Pogba viene abbracciato affettuosamente da Dani Alves, il turco lascia correre e sul successivo ribaltamento di fronte Messi piazza una serpentina con conclusione velenosa che Buffon smorza, ma tra i piedi di Suarez: 2-1. Che punizione. Se ne accorge anche Çakir che dopo tre minuti annulla un gol per un tocco di mano di Neymar dopo il suo colpo di testa. Così la gara resta viva fino al 97’ quando segna proprio il brasiliano, quando il triplete bianconero svanisce come un sogno e il sudore lascia lo spazio alle lacrime. Quelle di Pirlo, forse al passo d’addio con il nostro calcio, quelle di un altro campione del mondo, Barzagli, mentre Morata subito giura: «Abbiamo avuto la possibilità di vincere e la riavremo in futuro: siamo una grande squadra, un gruppo e una famiglia, dobbiamo continuare a lottare: possiamo vincere anche noi la Champions». A pochi metri la coppa dalle grandi orecchie finisce dalle mani del “re” Platini a quelle di Xavi, anche lui pronto all’addio: è la dura legge del calcio, si piange o si ride.

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