«Il ciclismo riparta, Ciccone un big»

Masciarelli, ex gregario di Moser: Giulio ha la testa per essere speciale, mi rivedo in lui
PESCARA. Lorenzo per gli amici, Palmiro nel mondo del ciclismo. Non vede l’ora di ripartire Masciarelli: da oggi saranno alleggerite le restrizioni legate all’emergenza sanitaria e potrà tornare in bicicletta. Andrà a farsi il solito giretto. «Abitualmente esco due volte a settimana, il giovedì e la domenica. Circa 15mila chilometri l’anno», racconta. Per ora si accontenta dei rulli, a casa. Pedala sui rulli a 67 anni, perché «il ciclismo è la mia passione».
La famiglia in sella. Tutti lo conoscono come il “gregario di Moser”, ignorando il fatto che la famiglia Masciarelli le due ruote ce l’ha nel sangue. «Prima mio zio Giulio negli anni Cinquanta. Correva con Fantini. Poi, io e mio fratello Erminio. A seguire i miei figli Simone, Andrea e Francesco; il figlio di mio fratello, Emiliano. E ora Stefano e Lorenzo, i miei nipoti». Già, Lorenzo, il figlio di Simone, è la nuova speranza della famiglia. Che l’ha mandato in Belgio a fare ciclocross per prepararsi al meglio per l’impatto con il grande ciclismo. «Nello sport non basta il talento, servono anche mentalità e fortuna che, invece, sono mancati al padre e agli zii», racconta il nonno, «Lorenzo è forte. Lo segue lo zio Francesco, in qualità di preparatore. E mi dice che ha numeri paragonabili ai professionisti. Non si deve perdere per strada…». Che tradotto significa: dovrebbe avere la testa del nonno. «A 16 anni il mio direttore sportivo disse: “Per raccogliere d’estate devi seminare d’inverno”. Aveva ragione. Io ho sempre fatto vita da atleta, conoscevo i miei limiti. Mai discoteche, mai vizi. Mai bella vita». E allora qual è il modello da seguire al giorno d’oggi? «Giulio Ciccone, un po’ mi rivedo in lui al di là del talento. Ha fatto sempre sacrifici e oggi li vede ricompensati in vittorie. Non fai quello che ha fatto Ciccone se non sei speciale. Va forte Giulio, è un piacere vederlo in salita. Dà spettacolo sulle montagne».
Il passato. Ai tempi di Masciarelli invece… «Io sono passato professionista nel 1976. Subito nella squadra di Moser. Tutti mi dicono che avrei potuto fare meglio. Io, invece, sono contento. Avrei potuto conquistare qualche vittoria in più, è vero, ma per me valgono certi gesti. La ruota passata a Moser che poi va a vincere la Parigi-Roubaix rappresenta un valore. Solo se ce l’hai puoi capirlo. Oppure il Giro d’Italia vinto da Francesco (Moser, ndr) a cui ho dato un grande contributo per sua stessa ammissione. E poi c’è l’empatia. Che è scattata subito e non è mai venuta meno. Con Moser ci siamo sentiti fino all’altro ieri. E ne sono passati di anni…». Beh, però, un rimpianto ce l’ha. «Qualche titolo italiano, forse un Matteotti. Di certo, quel Mondiale del 1984 corso a Barcellona (vinto dal belga Claude Criquielion, ndr). Andavo forte quel giorno. Francesco mi diceva di stare calmo e, invece, io stavo bene e pedalavo a tutta birra. Alla fine Argentin è scoppiato e io sono arrivato spompato al traguardo. Ottavo posto, se solo fossi stato più lucido e opportunista…». Chissà, non staremmo a raccontare una vita da gregario di chi non ha mai smesso di avere i piedi per terra, attaccato alle sue radici. Il raffronto tra il ciclismo degli anni Ottanta e quello di oggi lo stimola. «Moser, Saronni e Hinault sarebbero dei grandi anche oggi, non so invece quanti dei big di oggi sarebbero stati competitivi all’epoca». Parere abbastanza interessato… «Ma no, non è vero. Oggi i corridori raggiungono certe performance grazie a una preparazione mirata, alla tecnologia e quant’altro. All’epoca noi certe accortezze ce le sognavamo». Il doping? «Ancora con questa storia! Il doping sta al ciclismo come ad un’altra qualsiasi disciplina. Basta guardare le Olimpiadi, ogni specialità ha i suoi squalificati per doping. E comunque fa ricorso al doping chi non fa vita da atleta. Chi deve recuperare quel che si è perso con gli stravizi». Eppure qualche talento sprecato ci sarà stato anche nella sua epoca. «Dico Giovan Battista Baronchelli, se solo avesse avuto quella grinta che ha fatto grande Francesco avrebbe collezionato molte più vittorie».
In ammiraglia. Masciarelli dirigente, invece, ha mollato tutto con l’abbandono dell’Acqua&Sapone. «Era il 2012 e avevo allestito una bella squadra. C’era anche Garzelli. Ovviamente, eravamo certi della partecipazione al Giro d’Italia che è il punto di riferimento per gli sponsor. A gennaio la sorpresa. Non veniamo invitati alla corsa rosa e tanti sponsor si sono dileguati. Un bagno di sangue per me, da allora ho detto basta». Addirittura? «Non dico tanto, ma ci ho rimesso come team 1,1 milioni di euro. E devo ringraziare l’Acqua&Sapone che si è comportata da signore. Ero pronto a fare causa a Rcs, ero arrivato al consiglio di Stato. Ce l’avrei fatta perché avevamo i requisiti. Ma la sera prima di firmare il ricorso mi chiama il direttore Mauro Vegni che mi assicura la chiamata perché la SaxoBank era fuori. Gli credo, rinuncio al ricorso, ma il Giro comunque non l’abbiamo fatto».
Il killer di Spoltore. C’era anche Danilo Di Luca in quella squadra. «Me lo propose Barbarossa, il presidente dell’Acqua&Sapone. Io l’organico l’avevo definito in base al budget e allora l’ingaggio di Danilo se lo accollò direttamente Barbarossa. Ma io avevo anche Garzelli nel team. E sapevo di avere equilibri precari. Infatti, dopo la Coppi&Bartali Garzelli si mise da parte, perché Di Luca era partito in fuga e non gli aveva detto niente. Gli aveva fatto uno sgarbo e lui non ne volle più sapere. Non è facile fare le squadre, ci sono degli equilibri che devi rispettare, altrimenti si va in rotta di collisione». A distanza di tempo, guardandosi le spalle, che giudizio si è fatto di Danilo Di Luca? «Fino all’altro giorno gli ho fatto un favore. Non è cattivo Danilo, ma ogni tanto ha commesso delle sciocchezze. Diciamo che ha dato retta a chi gli dava sempre ragione. Io, invece, qualche cazziata gliela facevo. Secondo me, ha voluto strafare. Sbagliando».
Matteotti 2020. Stefano Giuliani, direttore tecnico, è tentato: provarci o lasciar perdere, cedendo allo tsunami coronavirus? «Nel 2012, nonostante Daniele Sebastiani mi abbia dato una grossa mano, ci ho rimesso 30mila euro. Per fare una grande corsa», sostiene Masciarelli, «c’è bisogno di soldi. Altrimenti meglio lasciare perdere. Spero che Giuliani venga sorretto dagli sponsor. Certo, sarebbe un bel segnale per lo sport abruzzese».
Scusi, ma che cosa sta facendo? «Sono in negozio (a San Giovanni Teatino, ndr). Siamo chiusi, ma io sto lavorando su una bici. La sto migliorando. Oggi comprano su Internet. Ma certi aggiustamenti e certe accortezze possono essere fatte solo da chi conosce la bicicletta. Che ne sa Internet…».
Già, ma quando si potrà tornare a correre? «Anche subito. Nel nostro sport non c’è contatto fisico. Certo, in carovana c’è assembramento. Ma l’attività agonistica, prima o poi, dovrà pur ricominciare…».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

