«Il futuro del calcio appartiene all’America»

25 Maggio 2016

Montagliani si racconta: dalle origini celanesi al vertice della Concacaf

CELANO. Quel ragazzino che mangiava pane e calcio, che pensava al calcio, che giocava al calcio, che allenava nel calcio, oggi è uno dei sette personaggi più influenti al mondo nel soccer, come lo chiamano loro, in Nord-America.

Vittorio (Vic) Montagliani, quasi 51 anni, originario di Celano, è il nuovo presidente della Concacaf, la Confederazione calcistica del Nord, Centro America e Caraibi. Ha un compito arduo e stimolante al tempo stesso: restituire decoro e trasparenza al mondo del calcio dopo l’arresto degli ultimi tre presidenti Concacaf, risucchiati nello scandalo mondiale che ha portato al defenestramento di Blatter e della sua “corte”.

Montagliani, qual è il suo rapporto con Blatter?

«È stato per troppo tempo al suo posto. È come un vino: se non apri la bottiglia, dopo un po’ di tempo, diventa aceto. Blatter è diventato aceto».

Come nasce il suo rapporto con il calcio?

«È nato dalla famiglia, da mio padre, dai parenti anche qui a Celano, che erano calciatori e io non ricordo altro nella mia vita che il calcio. Da piccolo, con mio fratello Mario giocavo solo al calcio e anche a Est Vancouver eravamo tutti figli di emigranti italiani, greci, portoghesi e il calcio ci univa. Sono nato con il pallone al piede, nel cuore e adesso anche nella testa. Così ho cominciato».

Le sue esperienze calcistiche?

«Ho giocato tra i professionisti a Vancouver. Ho avuto opportunità di giocare anche qui in Italia con un paio di club, il Cesenatico di Zaccheroni e l’Ascoli. Purtroppo l’ingaggio non era quello che volevo. Poi ho giocato a Toronto e ho avuto l’opportunità di giocare nella Nazionale canadese di futsal, calcio a 5».

Una volta appese le scarpette al chiodo?

«Nel 1991, ho scelto di lavorare nel business nel ramo delle assicurazioni. Nel mondo calcistico ho preso la prima carica nella regione British Columbia e poi mi hanno spinto verso la vicepresidenza della federcalcio canadese. Ho fatto il presidente nel 2012, ed ero tranquillo, felice. Poi nel 2013 sono entrato nel consiglio esecutivo Concacaf e un anno dopo il mondo del calcio è cambiato».

Un uragano che ha fatto emergere la corruzione.

«Per il bene del calcio hanno arrestato delle persone opportuniste che non meritano di restare nel nostro mondo. Mi hanno inserito nel comitato per la riforma della Fifa per cambiare lo statuto. A febbraio, dopo un gran lavoro, abbiamo trasmesso le riforme alla Fifa, con grande successo».

Il suo rapporto con il presidente della Fifa, Gianni Infantino?

«Da anni conosco Infantino, e sono stato tra quelli che lo hanno spinto verso la presidenza della Fifa, perché è un brav’uomo, di integrità morale e conoscitore del calcio. In tanti mi hanno detto che serviva qualcuno dello stesso profilo per la Concacaf. Ho parlato con mia moglie Tania, con le mie figlie Celine e Colette e abbiamo condiviso la scelta. Ho iniziato la campagna elettorale e in tre mesi ho visitato tutte le isole dei Caraibi, l’America centrale, il Nord-America e il 12 maggio ho vinto le elezioni. Con la Concacaf è arrivata la vicepresidenza della Fifa e adesso c’è tanto da lavorare».

L’obiettivo, oltre a ripulire l’immagine del calcio, è quello di portare i Mondiali in Canada?

«L’anno scorso abbiamo battuto tutti i record con il mondiale femminile e 500 milioni di dollari sono entrati nell’economia del Canada. Finora abbiamo organizzato tutti i campionati mondiali: donne, ragazzi Under 17 e 20. Manca la Coppa del Mondo maschile ma ci sono il Messico e gli Stati Uniti. Infantino ha proposto di organizzarla tutti insieme per il 2026. Ne parleremo presto».

Quanto è forte il suo legame con l’Abruzzo e con Celano?

«Ho il passaporto italiano, sono nato in Canada e fiero di essere canadese, ma i miei genitori vengono da Celano, io non ho parlato inglese fino all’età di 6 anni, la mia madrelingua è l’italiano. Con i miei compagni di squadra celanesi, Ciaccia e Alberti, ricordo che quando giocavamo tra i professionisti, parlavamo in dialetto per non farci capire dagli avversari».

Cosa pensa di Platini?

«Per me è stato grande da giocatore, ma anche fuori del campo. Non ha preso i soldi, perché ci ha pagato le tasse. Se qualcuno ruba, che fa, ci paga le tasse?».

È amico di Ancelotti?

«Quando non allena, convive con una donna di Vancouver. Stiamo spesso insieme».

E se si giocasse Italia-Canada?

«Farei il tifo per il Canada».

Come vede l’Italia agli Europei?

«L’Italia è difficile da battere, ma non vedo fuoriclasse. Dovrebbero fare come il Leicester, chissa! Però non comprendo l’esclusione di Giovinco, giocatore fantastico».

E Pirlo?

«Grande classe, ma poca corsa. Difficile essere competitivi così».

Conosce Lapadula?

«Sì, gioca nel Pescara e credo che se non verrà convocato presto in nazionale italiana, potrebbe prendere la strada per il Perù per le qualificazioni ai Mondiali».

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