Il Pescara e la A, quando la guerra bloccò tutto

L’amarcord: la squadra di Ferrero nel 1943 fermata dal conflitto. E in C c’era la neopromossa Forlani
PESCARA. Il Pescara sogna di ritrovarsi, tra qualche mese, per la settima occasione nella sua storia ai nastri di partenza di un campionato di serie A. In realtà i biancazzurri potrebbero andare a caccia dell’ottava volta se, la prima che vi furono ammessi, la stagione sportiva si fosse disputata come programmato. Infatti nel 1943-44, torneo mai giocato a causa della guerra, il Pescara avrebbe dovuto giocare in A. L’anno precedente la formazione guidata da Luigi Ferrero, due volte campione d’Italia con il Grande Torino nel Dopoguerra, si era piazzata ottava in B. Tuttavia, a causa dell’incalzare del conflitto, la Figc decise di accantonare temporaneamente la formula del girone unico varata nel 1929, e di rispolverare una competizione strutturata su più gironi per assegnare lo scudetto. La Penisola stava affondando nella guerra, e muoversi in lungo e in largo per lo stivale era sempre più difficile, sia per le vicissitudini propriamente belliche, sia per la carenza di mezzi e i problemi delle infrastrutture. Per facilitare gli spostamenti per motivi sportivi, si creano così tre raggruppamenti di una dozzina di squadre l’uno, includendo nella massima divisione anche le formazioni cadette, ad esclusione del Palermo, poiché la Sicilia era già occupata dagli alleati. Il primo luglio del 1943 la Figc dirama il comunicato ufficiale che fissa l’inizio del campionato al 3 ottobre, e decide i tre gironi da dodici squadre dai quali usciranno le sei finaliste, due per raggruppamento, che si contenderanno lo scudetto in un ulteriore girone finale. Mentre il gruppo I va dall’Emilia al Nordest includendo una parte di Lombardia, con il resto della regione inserita nel II insieme al Nordovest, il Pescara rientra nel gruppo III, con i club che hanno sede tra la Toscana e le Puglie. Coi biancazzurri ci sono Fiorentina, Livorno, Pisa, Siena, Ancona, Roma, Lazio, Mater Roma, Napoli, Salernitana e Bari. Da notare che la capitale avrebbe avuto tre formazioni nella massima serie, ma non si sarebbe giocato, almeno nella prima fase, il derby di Milano: Milano e Ambrosiana, come erano state costrette a ribattezzarsi Milan e Inter, erano in due gironi diversi. Questa scelta non entusiasmò i grandi club del Nord, che temevano una riduzione dell’interesse del pubblico, e quindi degli incassi, a causa del “rimescolamento” con la B. Ovviamente la cosa piaceva molto ai vertici del calcio pescarese, che per prima volta venivano ammessi al massimo livello del calcio nazionale, al pari di club che neanche negli anni seguenti avrebbero avuto occasione di militare in A, vale a dire Gorizia, Fanfulla e Spezia, o la Mater che sarebbe stata sciolta di lì a poco. Come gli abruzzesi, avrebbero invece esordito anzitempo in A Ancona, Cremonese, Parma, Pisa, Salernitana, Siena e Udinese. La stagione 1943-44, se non fosse stato per l’incalzare della guerra, avrebbe inoltre segnato un altro primato per il calcio pescarese. Oltre ai biancazzurri in A, ci sarebbe stata la seconda squadra della città in serie C. Il campionato regionale 1942-43, dal quale si accedeva nella terza serie nazionale, era stato infatti vinto dall’undici del Gruppo Rionale Fascista Attilio Forlani. Per evidenti questioni politiche, la Forlani non esisterà nel Dopoguerra. Ma il club, che gareggiava anche in altre discipline sportive, già da alcuni anni primeggiava nelle competizioni cittadine: ad aprile aveva surclassato la Ovidio di Sulmona nella finale per il titolo di campione regionale (1-1 in trasferta e 6-1 al Rampigna), e si era affermato come un’ottima palestra funzionale alla società biancazzurra.
Andrea Rapino
©RIPRODUZIONE RISERVATA

