L’AMARCORD»L’EX CENTROCAMPISTA AQUILANO SI RACCONTA

PESCARA. Un aquilano trapiantato a Como. Dall’Oratoriana fino alla serie A, alla coppa Italia vinta con la maglia dell’Inter. Oggi Giancarlo Centi, 55 anni da compiere, è un tecnico stimato dei...
PESCARA. Un aquilano trapiantato a Como. Dall’Oratoriana fino alla serie A, alla coppa Italia vinta con la maglia dell’Inter. Oggi Giancarlo Centi, 55 anni da compiere, è un tecnico stimato dei giovani. Che, tanto per rendere l’idea, può vantare una lunga collaborazione con Mino Favini, da tutti definito uno dei maghi del settore giovanile. Il legame con l’Abruzzo è ancora forte, nel capoluogo ha i genitori e almeno quattro volte l’anno li torna ad abbracciare. Con il Centro sfoglia l’album dei ricordi.
Centi, com’era da calciatore?
«Un mediano. Un 4 che all’occorrenza sapeva marcare il 10 avversario, ma che, allo stesso tempo, rappresentava un elemento di equilibrio nella squadra».
Il numero 10 più forte che ha marcato?
«Beccalossi e Maradona».
Ricorda i primi calci al pallone?
«Certo, all’Oratoriana. Io abitavo in centro all’Aquila. Avevo 14 anni. Poi, andai al Sulmona. E da lì all’Inter che ero ancora un ragazzino. Credo di essere stato uno dei primi colpi di mercato di Sandro Mazzola dirigente».
Giovanili nerazzurre.
«Prima la Berretti e poi la Primavera. Ma nel gennaio del 1977 andai a Como dove rimasi quattro anni. Pronti via, retrocedemmo dalla serie B in C. Ma poi dalla C facemmo la scalata fino alla A».
E nel 1981 tornò all’Inter.
«Sì, feci anche abbastanza bene con Bersellini. Vincemmo la coppa Italia. Era l’Inter di Beccalossi e Altobelli, tanto per fare qualche nome».
Era l’Inter del presidente Fraizzoli.
«Un papà, particolarmente oculato nella gestione della società. Diciamo che non era uno spendaccione».
E l’impatto con San Siro?
«Bello, bellissimo. E’ una sensazione che puoi provare solo durante la partita. Ti sembra tutto più grande».
Poi, all’Avellino.
«In Irpinia andai per Pippo Marchioro che mi aveva conosciuto a Como e che mi ha voluto ad Avellino».
Poi, ancora tanto Como. A tal punto che lei è diventato una bandiera del calcio lariano.
«Proprio domenica scorsa hanno radunato le vecchie glorie allo stadio. E c’ero anch’io. Como, a mio avviso, è una piazza che prima di altre ha creduto nella valorizzazione dei giovani. Da queste parti sono passati fior di giocatori. Da Vierchowod a Borgonovo, passando per Tardelli e Zambrotta. L’elenco è lungo...».
Perché si è stabilito a Como?
«Io e mia moglie siamo aquilani. Ma ci siamo sposati presto, avevo 21 anni. E nel tempo abbiamo fatto sempre quartier generale qui. Poi, sai, quando si fanno grandi i figli è difficile spostarli...».
Il suo rapporto con L’Aquila.
«E’ la mia città. Ma dopo il terremoto del 2009 non mi sento aquilano fino in fondo. Proprio perché non ho vissuto quella tragedia in prima persona. E’ una questione di pudore e di rispetto per chi, i miei concittadini, hanno avuto vittime in famiglia e perso la casa».
I suoi genitori?
«Si chiamano Mario e Alba. Abitavano in centro. Ricordo la notte di quel 6 aprile. Dopo mezzora ero al telefono con i miei. Ricordo che erano intrappolati a casa. Mi misi in macchina da Como. Partii alle quattro del mattino e alle 7,30 ero in città. Dovetti aspettare prima di riabbracciarli, non sapevo in quale tendone erano stati sistemati. Sono un aquilano orgoglioso delle mie origini, ma non ho vissuto la grande tragedia».
Tornando al calcio, il momento più bello?
«Potrei dire la vittoria della coppa Italia con l’Inter, ma io ovunque non mi sono goduto i successi fino in fondo. Finita la gara della domenica, pensavo già alla prossima. Vivevo poco il presente e lo stato di euforia della piazza in cui giocavo».
Con quale allenatore è andato più d’accordo?
«Con tutti. Anche perché tutti mi hanno fatto giocare. I tecnici mica sono stupidi...».
Il suo cruccio?
«Ho avuto una bella carriera, non mi posso lamentare. Ma nel 1981, prima di tornare all’Inter, ho subìto un infortunio al crociato posteriore, a Como. Non mi sono mai operato, ma mi sono sempre gestito. Ebbene, penso che quell’infortunio abbia un po’ caratterizzato la mia carriera, rallentandola».
E con i presidenti?
«Da Gattai a Beretta, quelli del Como. Ottimi rapporti. Anche con lo stesso Preziosi con cui ho lavorato nel settore giovanile. No, io sono un tipo mite. Non litigo e non porto rancore».
Ai suoi tempi si guadagnava bene?
«Macché, diciamo che per fare un ingaggio di serie A di questi tempi ho dovuto giocare una decina d’anni. No, altri tempi e, soprattutto, altri soldi».
Il giocatore più forte con cui ha giocato?
«Gianfranco Matteoli (oggi responsabile del settore giovanile del Cagliari, ndr), a cui tra l’altro sono molto legato. Siamo coetanei. Eravamo in simbiosi, stavamo bene in campo e fuori. Merito anche delle mogli che sono amiche».
E’ tifoso?
«Da bambino tenevo per l’Inter. Ma con il passare degli anni la passione si è affievolita. Diciamo che simpatizzo per tutte le squadre in cui ho giocato e, più generalmente, per quelle che giocano bene».
Il gol più bello?
«No, non mi faccia fare graduatorie. Ne ho segnati tre in A e ci tengo a tutti e tre. Uno alla Fiorentina, decisivo. Poi, uno a Roma contro la Lazio. E, infine, uno con il Bologna quando vestivo la casacca dell’Inter. Diciamo che quando arrivavo negli ultimi venti metri mi si annebbiava la vista...».
Ha lavorato nel settore giovanile dell’Atalanta, qual è il segreto?
«La cura della tecnica di base e, soprattutto, la società che crede nei suoi giovani e programma la loro esplosione in prima squadra».
L’Abruzzo?
«Sono abruzzese, anche se a centinaia di chilometri di distanza...».
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