L’Aquila sotto choc perde anche la faccia

6 Marzo 2017

Con Battistini prima sconfitta interna, il Flaminia segna tre gol in 20 minuti. Contestazione dei tifosi davanti ai cancelli

L’AQUILA. D come dimissioni. La sconfitta per 3-0 in casa (la prima allo stadio Gran Sasso d’Italia-Italo Acconcia) fa male, ma forse è una caduta talmente in basso che potrebbe accelerare i tempi per una risalita che non può essere rimandata nemmeno di un’ora. Va chiarito subito che gli ospiti non sono certo dei fenomeni. La punizione è troppo pesante, ma la disfatta è figlia di una situazione esplosiva che ha precise responsabilità. Da parte di chi aveva una squadra dentro i play off e ancora dentro al campionato e un bel giorno ha deciso di spaccare tutto. I motivi qualcuno dovrà pure spiegarli. Il fatto che i massimi dirigenti del sodalizio siano aquilani è una garanzia, in tal senso. Se questi calciatori, poi, erano preoccupati prima, quando prendevano uno stipendio certamente migliore di qualche cassintegrato – anche se con qualche ritardo di qualche giorno – le bottigliette d’acqua erano tutte piene e si giravano persino spot pubblicitari per far venire la gente allo stadio, figuriamoci adesso che non c’è più niente.

Già, perché la sensazione che si ha ad assistere a questo scempio, dentro e fuori dal campo, è che sia davvero tutto svanito nel nulla. Per l’ennesima volta. Dal Progetto di Morgia allo sconcerto di Battistini (che infatti se ne sta in disparte in mezzo a tutto questo guazzabuglio), che si starà chiedendo mille e mille volte chi gliel’ha fatto fare. Non basta il cambio di panchina, in tutti i sensi. Il successore di Morgia, per dirla con Totò («poi dice che uno si butta a sinistra») cambia persino posto, ma il rimedio è peggiore del male.

Lo stadio semideserto (316 paganti) è il primo segnale del disamore creato nell’ambiente dalle ultime vicende. Lo striscione “Staff, giocatori e società, avete umiliato di nuovo questa città” parla da solo. Anche perché in campo c’è poco da vedere. Anzi. Passo indietro. La formazione di Battistini è praticamente obbligata. Con la vicenda dei 5/6 ammutinati (grave almeno quanto quella delle scriteriate scelte societarie) ancora in via di definizione, le maglie sono praticamente già assegnate. E per un capitano che pare aver deciso di abbandonare la nave (La Vista), ce n’è un altro (Minincleri, mister resto o me ne vado?) che mette la fascia gialla al braccio. Ma non gli darà nessun potere magico. Le magie in campo le fanno gli altri, allora, quelli con la maglia rossoblù a strisce, che approfittano dello sbandamento generale in casa aquilana per mettere a segno un’impresa che resterà impressa nella storia dei viterbesi.

Dopo un primo tempo senza nulla di significativo, se non una sbandata difensiva dopo 5’ che appare come oscuro presagio, ad aprire le porte dell’abisso è una sfortunata autorete di Pupeschi. Da lì in avanti è tutto un crescendo di errori e paura. I due gol presi nel giro di due minuti a metà ripresa fanno finire la partita con venti minuti di anticipo. Arrivare al fischio finale è davvero troppo per tutti, anche per quelli che sotto la pioggia hanno scelto comunque di esserci. La contestazione che esplode a fine gara regala sputi prima e acceso faccia a faccia poi. Da un lato i calciatori, dall’altro i tifosi. La società manda di nuovo il dg Aureli, che aziona il solito disco rotto che nessuno vuol più sentire. E un socio all’1 per cento. «Dov’è Chiodi?». Assente. Chissà se l’eco di questa dannata domenica l’avrà raggiunto, da qualche parte.

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