L’Eusebio furioso operato dopo i pugni alla panchina

29 Agosto 2018

Al gol del 3-3 Di Francesco anziché esultare scarica la rabbia fratturandosi la mano sinistra: notte insonne e poi in clinica. Venerdì sera a Milano ci sarà

Non si arrabbia, ma se succede sono dolori. Prima di tutto per lui, Eusebio Di Francesco, che lunedì sera è andato su tutte le furie. Al gol di Manolas, quello che ha chiuso la rimonta (3-3) della Roma contro l’Atalanta, ha sfogato la sua rabbia per una prestazione, che non gli è affatto piaciuta, prima sfiorando con un calcio una bottiglietta d’acqua e poi, una volta raggiunta la panchina, con una serie di pugni indirizzati alla barriera laterale in plexiglass. Un segnale di nervosismo, certo, ma anche la conferma di quanto sia coinvolto nel progetto Roma. La tensione accumulata durante la partita l’ha scaricata a bordocampo per poi tornare – paonazzo in volto e con la cravatta slacciata – verso il rettangolo verde sotto lo sguardo incredulo dei collaboratori, in primis Morgan De Sanctis e poi Stefano Romano i quali hanno cercato invano di calmarlo. Niente da fare. Una furia il tecnico pescarese, come mai si era visto.
E dire che Eusebio Di Francesco passa per un allenatore che fa dell’equilibrio e del self control alcune delle sue virtù. Ma lunedì sera ha perso la pazienza nel vedere una Roma lontana parente di quella che lui immagina. Lenta e piena di errori. E così al gol di Manolas, invece che esultare per la rimonta completata, ha scaricato la rabbia accumulata. Tutti esultano all’Olimpico, lui no. Le immagini televisive lo vedono indirizzarsi verso la bottiglietta d’acqua sulla pista d’atletica: fortuna che la sfiora soltanto altrimenti avrebbe fatto secco il team manager, il guardiese De Sanctis. Poi, non pago, si siede in panchina e prende di mira la lastra in plexiglass prima con un sinistro e poi con un destro. Due pugni violenti, il primo gli è fatale. E lo costringe prima alla notte pressoché insonne e poi all’operazione d’urgenza, ieri mattina, a Villa Stuard per ricomporre la frattura del quinto metatarso della mano sinistra. Niente di particolarmente grave, fortunatamente. Venerdì sera sarà a Milano per l’anticipo. «Bisogna state tutti più calmi», ha sentenziato lasciando la clinica. Mai visto Eusebio Di Francesco così furibondo. Tanto che nel dopo partita – lui solitamente pacato nei commenti – non le ha mandate a dire. «Se avessi potuto, ne avrei cambiati 7-8 non due all'intervallo...», ha detto con il volto tirato e una mano dolorante. «Troppo brutti per essere veri, molli e non determinati, difficile da spiegare, poi però la squadra ha avuto un'ottima reazione, anche se mi ha fatto incavolare dopo il 3-3 perché abbiamo perso di nuovo gli equilibri. Il pugno alla panchina? Divento matto perché a volte vorrei più attenzione. Negli ultimi 10 minuti sembrava una partita tra scapoli e ammogliati, e non te lo puoi permettere se vuoi essere una squadra importante che vuole determinare qualcosa».
Il precedente. Un episodio del genere ha fatto tornare in mente, restando in ambito abruzzese, quanto accaduto a Gianni Balugani, il tecnico modenese che sulla panchina del Chieti, in C1 all’inizio degli anni Novanta, si fratturò la mano a Nola – un pugno violento a una lastra in ferro – per poi portare il gesso per quasi un mese. «Sì, è vero. L’altra sera», ha commentato Balugani, «mi sono rivisto in Eusebio. Accade a chi ha gli attributi e non sta a bordocampo a pettinarsi i capelli, attento all’immagine da trasmettere più che a dare indicazioni alla squadra. È passionale e sanguigno Eusebio, oltre che bravo. Mi dispiace si sia fatto male, ma in quei pugni di rabbia ci sono l’attenzione al lavoro del professionista e il carattere dell’uomo».
@rocccoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA